C’erano una volta un algherese e uno spagnolo alle prese con la Battaglia di Lepanto…

Sul lato interno della storica Porta Cristina che collega la Piazza Arsenale con il lungo viale Buoncammino a Cagliari, esiste un’epigrafe che pochi notano, anche a causa della sua posizione.

Si tratta di una targa commemorativa del 1955, voluta dall’Associazione Amici del Libro, che ci racconta che lo scrittore spagnolo Miguel de Cervantes, autore del celebre “Don Quijote”, fu a Cagliari nel 1573 come soldato della spedizione spagnola verso la Tunisia. La targa non è legata alla commemorazione di un evento nel luogo nel quale questo è avvenuto, ma vuole, piuttosto, ricordare il passaggio dello scrittore nel capoluogo sardo, che all’epoca era considerato una tra le maggiori basi strategiche militari della Corona Spagnola.

Targa commemorativa in Piazza Arsenale a Cagliari

Nel Settembre 1573, quando Miguel de Cervantes navigava nelle acque del Golfo di Cagliari, la piazza Arsenale costituiva il centro nevralgico del Baluardo di San Pancrazio, una cittadella militare fortificata dotata di torri e bastioni passata alla storia come “la tenaglia”. I resti di questo grande sistema difensivo spagnolo, che in parte sfruttava la precedente impostazione muraria pisana, sono oggi visibili all’interno del Museo Archeologico, del Museo Etnografico e della Pinacoteca, costruiti attorno ai ruderi della tenaglia. Fu l’architetto cremonese Rocco Capellino tra il 1552 e il 1571 a progettare le principali fortificazioni spagnole, oggi in buona parte conservate e visibili nella zona di Via Cammino Nuovo, via Santa Croce e il Ghetto. Nuove modifiche furono eseguite sotto un altro architetto, il ticinese Jacopo Palearo Fratino. Furono i crescenti tentativi d’invasione turca nel Mediterraneo a indurre i sovrani spagnoli e i vicerè ad aumentare le armi. Le due principali azioni militari indette dall’imperatore Carlo V nel 1535 e Filippo II nel 1571 – la Spedizione di Tunisi e la Battaglia di Lepanto – non riuscirono a placare l’avanzata barbaresca, al punto che si dovette intervenire nel 1572-73 con ulteriori spedizioni.

Battaglia di Lepanto, Paolo Veronese. Gallerie dell’Accademia, Venezia

Miguel de Cervantes: il “Don Quijote” e “El viaje del Parnaso”

Miguel de Cervantes è uno tra gli scrittori spagnoli più celebri di tutti i tempi e la sua più grande opera – il “Don Quijote” – è senz’altro uno tra i capolavori immortali della letteratura. Nel Settembre del 1571 si arruolò come soldato sulla galea Marquesa della Lega Santa e combatté sia nella Battaglia di Lepanto del 1571 sia nelle successive battaglie di Algeri e Tunisi, il cui contingente armato era appoggiato in gran parte alle basi sarde di Alghero e Cagliari. Durante la Battaglia di Lepanto ebbe modo di conoscere il letterato algherese Antonio Lo Frasso, anch’egli arruolato come soldato nella Lega Santa che sconfisse i turchi.

Tra i due nacque un’amicizia nutrita dalla reciproca stima artistica destinata a lasciare il segno nella vita di entrambi. Ad accomunarli, oltre agli interessi letterari e alla poesia, era l’ingiustizia dell’esilio che Cervantes scontò in Italia per aver ferito un uomo di nome Antonio de Segura, che gli procurò la condanna del taglio della mano destra, fortunatamente evitata. Anche Antonio Lo Frasso, più grande di 7 anni, aveva subito ingiustamente l’esilio dietro l’accusa di un omicidio d’amore. In più, entrambi, si ritrovarono gomito a gomito per combattere una battaglia crudele, le cui motivazioni religiose celavano intenti e strategie politiche per le quali la Corona era disposta a tutto, perfino sacrificare denari e uomini. Una visione della vita molto simile, quindi, che si tradusse in una stima reciproca che non scomparve con gli anni.

Miguel de Cervantes

A dimostrarlo è il fatto che la più grande opera dell’algherese, “Los Diez Libros de Fortuna Amor”, è citata tra i libri della biblioteca del “Don Quijote”. Ma non solo, proprio nel romanzo, Miguel de Cervantes non si fa sfuggire l’occasione di tessere le lodi all’amico, facendo pronunciare al curato una critica assolutamente positiva dell’opera.

«…da che Apollo fu Apollo, muse le muse, e poeti i poeti, non è stato mai composto un libro tanto strambo e divertente come questo. Nel suo genere è il migliore e il più singolare di quanti di questa specie hanno visto la luce: e chi non lo ha letto può dire di non aver mai letto cosa di gusto. Datemelo qua, amico preferisco aver trovato questo libro, che se mi avessero regalato una sottana del miglior panno di Firenze».

I Bastioni di Alghero

Ma non è solo il “Don Quijote” a rivelare il rapporto d’amicizia tra i due. Esiste un’altra opera del Cervantes che fa riferimento al poeta algherese. Si tratta del “Viaje del Parnaso”, scritta nel 1613 e che, riprendendo il “Viaggio di Parnaso” scritta nel 1582 dal poeta italiano Cesare Caporali, racconta il viaggio al monte Parnaso dei migliori poeti spagnoli – tra cui lo stesso autore, che ha il compito di reclutarli – per aiutare Apollo a liberarsi dei poeti mediocri che lo circondano. Inutile dire che, nella schiera dei migliori poeti spagnoli, il nostro Miguel arruola Antonio Lo Frasso, morto da ben 13 anni.

Anche quest’opera fornisce all’autore l’occasione di elogiare l’ amico defunto il cui ricordo, tuttavia, sembrava resistere al trascorrere del tempo. E se nel “Don Quijote” era stato il curato a salvare dal rogo il libro dell’algherese, stavolta è il dio Mercurio in persona ad elogiare “Los diez libros”. Eppure c’è qualcosa di strano… Procedendo con la lettura dell’opera ci si accorge che l’iniziale stima verso l’algherese sembra inspiegabilmente venir meno, quando Apollo rimprovera severamente il “sardo militar” della pochezza intellettuale della sua opera, ponendolo, alla fine, tra le fila dei cattivi poeti.

Non sembra chiaro, quindi, se Cervantes abbia cambiato idea in corso d’opera sulla bontà del componimento del Lo Frasso oppure se abbia creato di proposito quest’incongruenza per ironizzare sulla letteratura cavalleresca del tempo, come già, del resto, aveva fatto nel “Don Quijote”.

Ma chi era Antonio Lo Frasso?

Antonio Lo Frasso nacque ad Alghero nel 1540. Dopo un’accusa di omicidio per amore, e trascorso un periodo di detenzione in carcere, fu costretto all’esilio a Barcellona, dove rimase dal 1565 al 1571. Qui si dedicò interamente alla poesia e i suoi versi, scritti in castigliano e in sardo, gli procurarono una certa fama tanto da attirare l’attenzione del Cervantes con la sua prima opera, “Los mil y dozientos consejos y avisos discretos sobre los siete grados y estamentos de nuestra humana vida”, pubblicata nel 1571. Si tratta di un’opera in versi presumibilmente rivolti ai suoi figli che continuavano a vivere in Sardegna.

Frontespizio dell’opera di Antonio Lo Frasso

Ma la sua opera più importante, come già detto, è “Los Diez libros de Fortuna de Amor”, in cui le avventure del protagonista Frexano, alter ego dello stesso Lo Frasso, si inseriscono nel contesto della Sardegna spagnola.

Lo sfortunato amore del pastore Frexano per la fanciulla algherese Fortuna, si svolge, infatti, durante la competizione tra i buoni pastori e i cattivi porcai. Tale ricostruzione storica si ispirerebbe al conflitto avvenuto in Sardegna negli anni tra il 1540-50, tra i seguaci del viceré e i nobili isolani fedeli alla Corona. Frexano parteggia per i pastori e mentre si trova in prigione perde l’amata che va sposa a un altro pastore.

Una vita ingiusta, quindi, anche per il protagonista dell’opera dell’algherese, che come il Don Quijote, si trova a gestire virtù e contraddizioni della vita cavalleresca.


Riferimenti Bibliografici

  • M. Cervantes, Don Quijote
  • G. L. Nonnis, Passeggiate Semiserie, Castello
  • P. Tola, Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna
  • F. Alziator, Introduzione all’opera di Antonio Lo Frasso

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