Gli echi della Rivoluzione Francese a Cagliari: “Sa die de sa Sardigna”

Dal 14 settembre 1993 il Consiglio Regionale della Sardegna ha istituito con Legge Regionale “sa die de sa Sardigna” – il giorno della Sardegna – come festività civile dedicata alla resistenza del popolo sardo durante i cosiddetti “vespri sardi”, i moti insurrezionali che, il 28 Aprile 1794 costrinsero alla fuga da Cagliari il viceré Vincenzo Balbiano e i funzionari sabaudi in seguito al rifiuto di soddisfare alcune richieste mosse dal popolo sardo che voleva esercitare un maggior peso politico all’interno dell’amministrazione del Regno di Sardegna.Ancora oggi questa giornata è ricordata in tutta l’isola con varie manifestazioni, conferenze e rievocazioni storiche a cui prendono parte studiosi, figuranti e semplici curiosi.

Il contesto storico della rivolta

La Rivoluzione Francese scoppiata tra il 1789 e il 1799 inaugurò una serie di profondi cambiamenti politici, economici, culturali e sociali che portarono tutta l’Europa a ridisegnare i propri confini e i propri ideali, contribuendo ad una netta suddivisione tra l’età moderna e quella contemporanea.

Oltre a condurre al graduale declino dell’assolutismo monarchico, con le conseguenti basi economiche proprie dell’Antico Regime, essa favorì la graduale ascesa di una nuova classe sociale – la borghesia – destinata a diventare protagonista dei cambiamenti sociali e politici dell’Ottocento. Ma non solo. Essa portò ad una nuova concezione dei diritti dell’uomo che diventerò la base e il fondamento delle costituzioni moderne.

Seguendo l’esempio della Francia, molti altri stati europei – guidati dalle nuove classi dirigenti borghesi – diedero vita a una serie di piccole e grandi rivoluzioni a connotazione liberale e democratica. Anche il Regno di Sardegna – ed in particolare Cagliari – che dal 1720 si trovava ufficialmente sotto il dominio dei Savoia, conobbe un periodo di proteste poi culminate in veri e propri moti rivoluzionari.

Il Regno di Sardegna, fondato da Papa Bonifacio VIII nel 1297 e diventato parte della Corona d’Aragona fino al 1714, passò ufficialmente ai Savoia nel 1720 dopo una breve parentesi austriaca. Naturalmente il passaggio tra le due monarchie non fu semplice per la Sardegna, che con gli anni dovette piegarsi al volere dei nuovi sovrani i quali imposero ben presto una serie di riforme amministrative, economiche e fiscali atte ad “italianizzare” un’isola che ormai era a tutti gli effetti spagnola. Di contro, anche per i Savoia fu difficile governare una terra che conservava un retaggio culturale, politico, amministrativo e fiscale tipicamente iberico. La principale eredità della dominazione spagnola era costituita dal sistema feudale, gestito da baroni e marchesi che, a loro volta, ne affidavano l’amministrazione ad un’altra autorità, detta “podatariu”, che si occupava perlopiù di riscuotere tasse e gabelle. Tuttavia questo sistema metteva in difficoltà la popolazione, soprattutto nelle campagne, creando un divario sociale insostenibile.

A questo si aggiungevano le difficoltà linguistiche legate ai vari aspetti della burocrazia. La lingua ufficiale era lo spagnolo e quella non ufficiale era il sardo, nelle varie accezioni dialettali. A fronte di queste difficoltà, i primi funzionari del governo sabaudo si limitarono a far applicare le leggi, tentando, ove possibile, di introdurre il francese e l’italiano nell’amministrazione.

In generale il Settecento fu un secolo di sostanziale immobilismo da un punto di vista delle riforme. I Savoia cercarono più volte di disfarsi della Sardegna, concentrando poche energie in un rinnovamento culturale ed amministrativo, e dedicandosi, sostanzialmente, nel rimodernamento fiscale e tributario e nell’applicazione della giustizia.

Sebbene la Sardegna versasse in una situazione di arretratezza economica e agricola, si era venuta a formare una nuova coscienza popolare illuminata dai principi ispiratori della Rivoluzione Francese, pienamente accolti dalla nuova classe politica che si formò proprio in questi anni: la borghesia. Questa era formata da intellettuali che si erano formati nelle università ed erano diventati notai, avvocati, medici e commercianti ed avevano cominciato a pensare alla costruzione di uno stato indipendente.

La borghesia, unitamente alla nobiltà e al popolo, chiedeva di avere un maggior peso politico nelle decisioni legate al governo dell’isola. Ma il governo piemontese non sembrava voler tener conto delle differenze culturali e delle esigenze specifiche della classe dominante, mostrando ancor meno interesse verso il malcontento del popolo.

In questo clima di diffidenza nei confronti del governo sabaudo, il popolo cominciava a trovare fiducia nelle azioni di intellettuali che sembravano non volersi piegare al dispotismo sovrano e si dicevano pronti a guidare il cambiamento. Tra questi uomini, due in particolare incontrarono il favore del popolo, sebbene tra loro non corresse buon sangue: Giovanni Maria Angioy e Girolamo Pitzolo. Questi divennero ben presto eroi e simboli della resistenza locale, anche se col tempo le loro personalità finirono col divergere in maniera sostanziale.

Il tentativo di invasione francese del 1793

Nel Febbraio 1793 la Sardegna fu attaccata su due fronti: nel sud, nelle isole di Sant’Antioco e San Pietro, e nel nord, nell’Arcipelago de La Maddalena. Qui in particolare la flotta francese era comandata da un giovanissimo ufficiale corso di nome Napoleone Bonaparte che fu fermato da una milizia capeggiata dal maddalenino Domenico Millelire.

Nel sud, dopo aver stabilito un presidio nelle isole di Sant’Antioco e San Pietro, le navi francesi mossero verso Cagliari, dove un violento maestrale li costrinse a ripiegare su Quartu, all’altezza di Torre Foxi. Qui Girolamo Pitzolo e Vincenzo Sulis riunirono in poco tempo una milizia che riuscì ad impedire lo sbarco francese sul litorale di Quartu.

La rivolta dei sardi e “S’acciappu”

Il successo della mobilitazione dei sardi fece emergere la questione dell’inadeguatezza e della mediocrità del personale di governo sabaudo. Così, dalle coste del litorale, la questione si spostò nelle sale del Palazzo Viceregio. Qui gli stamenti si riunirono e decisero di scrivere una serie di richieste da inviare al re Vittorio Amedeo III tramite un’apposita delegazione presieduta dal Pitzolo in persona. Questi si recò a Torino dove attese di essere ricevuto dal re. Le richieste riguardavano la convocazione degli stamenti, la creazione di un apposito ministero per gli affari di Sardegna e la possibilità per i sardi di accedere a tutte le cariche pubbliche finora esclusivo appannaggio dei piemontesi.

Si trattava di richieste legittime per un popolo che si era sentito privato della propria dignità e del proprio peso politico. Richieste che, data la lealtà dei sardi verso un governo che peraltro non contemplava la loro voce, si presumeva venissero accolte senza alcuna resistenza. A Torino la delegazione guidata dal Pitzolo tardava a ricevere udienza, e nel frattempo a Cagliari il malcontento aumentava.

La situazione degenerò il 28 Aprile 1794 quando, senza aver ricevuto i delegati a Torino, il re inviava al vicerè Vincenzo Balbiano l’ordine di comunicare al Parlamento la notizia della non accettazione delle richieste. Il popolo cagliaritano inferocito, al grido di “affora su piemontesu”, sfondò le porte del Palazzo Viceregio e catturò il vicere Balbiano e alcuni dei 514 funzionari della corte sabauda, con l’intenzione di rimpatriarli a Torino. Si creò una vera e propria fuga dal palazzo per tutte le strade della città e in tutti i quartieri, ma i miliziani e il popolo erano più che mai determinati ad acciuffare i piemontesi. Questo giorno, prima di essere istituzionalizzato con il nome di “Sa die de sa Sardigna”, passò alla storia come “s’acciappu”, che significa “la caccia”, nel senso di “caccia ai piemontesi”. Si creò una situazione surreale e senza precedenti: i funzionari sabaudi tentarono la fuga nascondendosi nelle case o per le strade, tentando di confondersi tra la folla. Ma i sardi non erano decisi a mollare la presa. Volevano catturare a tutti i costi i piemontesi e costringerli al ritorno forzato a Torino. Perciò inventarono un metodo infallibile per riconoscere gli “stranieri” tra la folla: coniarono l’espressione “nara cixiri”, che significa “dì ceci”. “Nara Cixiri” divenne una formula fonetica attraverso la quale era facile individuare “lo straniero”. Una espressione in lingua sarda pressoché inimitabile e che avrebbe certamente smascherato i forestieri.

Riferimenti Bibliografici

  • R. Carta Raspi, Storia della Sardegna
  • F. C. Casula, Italia, il grande inganno. Storia d’Italia e della Sardegna

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