Il Muto di Gallura: tra storia, romanzo e leggenda

Il “Muto di Gallura” è ancora oggi uno tra i personaggi più carismatici e misteriosi della Sardegna e la sua storia, portata alla luce dalla penna dello scrittore sassarese Enrico Costa, ha alimentato continue leggende dal momento in cui, forse nel 1856, il bandito scomparve nel nulla.

C’era un tempo non molto lontano in cui la Sardegna era funestata da lotte fratricide che insanguinavano le famiglie, mettendole le une contro le altre. A comandare era una legge non scritta, ma efficace al punto tale da sostituirsi alla legge stessa e regolare i conti tra gli uomini. I banditi erano detentori di un potere che trascendeva la giustizia e scriveva da sé il codice di comportamento, basato sull’onore e sul rispetto a qualsiasi costo, soprattutto quello della vendetta.

I germi di queste faide sono da rintracciare in una Sardegna che usciva a fatica dal feudalesimo e versava in una situazione di abbandono, degrado e anarchia. Il malgoverno dei regnanti era una questione ormai consolidata, ma i pochi tentativi di rivolta furono sempre soffocati nel sangue, tanto dagli spagnoli quanto dai piemontesi in tutte le parti dell’isola. Ma l’apice fu raggiunto nel 1823, con la pubblicazione del famoso “Editto delle Chiudende” ad opera del re Vittorio Emanuele. Il provvedimento ridisegnava i confini delle proprietà terriere e avvantaggiava i potenti, ripristinando, di fatto, l’usura e mettendo fine alla libera proprietà e alla regolare e secolare turnazione tra pastori e contadini nell’utilizzo delle terre.

Campagna sarda al tramonto con un pastore e il suo gregge nel dipinto di Antonio Ballero, “L’appello serale”, datato 1904 e conservato al Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Atzara.

Sebbene l’editto mirasse a favorire la modernizzazione e lo sviluppo dell’agricoltura locale, che versava in gravi condizioni di arretratezza, conteneva, di fatto, l’autorizzazione a privatizzare la proprietà pubblica.

“Qualunque proprietario potrà liberamente chiudere di siepe, o di muro, o vallar di fossa, qualunque suo terreno non soggetto a servitù di pascolo, di passaggio, di fontana, o d’abbeveratoio.”

L’effetto negativo fu risentito in modo particolare nelle zone della Barbagia e della Gallura in quanto la privatizzazione dei terreni, che da sempre erano la risorsa primaria del territorio, mise in enorme difficoltà l’attività della pastorizia, la principale dell’area, dato che i pastori si trovarono improvvisamente privati di un diritto che avevano sempre esercitato. Si svilupparono, pertanto, numerose inimicizie che avevano come scontro privilegiato le campagne e, considerato che il Governo era assolutamente assente per assicurare la giustizia, queste sfociavano spesso nella vendetta personale. Lo storico Pietro Martini racconta che, secondo la legge, veniva concessa la nobiltà gratuita a tutti coloro che avessero piantato quattromila ulivi, con lo scopo di incentivare la coltivazione delle terre ed impedirne l’abuso, introducendo la pena di morte per chiunque avesse trasgredito, abbattendo o valicando siepi e muretti a secco.
In questa situazione di crisi, parallelamente alla lotta fratricida tra pastori, si svilupparono parallelamente attività di contrabbando con la vicina Corsica, soprattutto nel caso dei cereali. Intorno agli anni Venti e Trenta dell’Ottocento le calette in prossimità delle Bocche di Bonifacio, oggi splendide località di turismo balneare, diventarono punti strategici per i traffici illeciti tra l’una e l’altra isola.

li scalitti badesi
Spiaggia di Badesi, loc. “Li Scalitti”, uno tra i principali punti di approdo dei contrabbandieri fin dal Settecento.

A questo si aggiungeva l’indole ribelle dei pastori, refrattari all’accettazione passiva dell’autorità laddove questa prometteva pochi diritti e imponeva troppi doveri.
In un contesto così teso e disperato gli episodi di violenza erano all’ordine del giorno, affollando le pagine della cronaca nera dalla fine del Settecento fino ad esplodere nella seconda metà dell’Ottocento.

A cogliere l’essenza più viva e romantica di questo periodo sono stati intellettuali come Sebastiano Satta, Grazia Deledda, Antonio Ballero, Francesco Ciusa, Pietro Martini ed Enrico Costa, per citarne solo alcuni. Allo scrittore sassarese Enrico Costa, tuttavia, spetta il merito di aver scritto “Il muto di Gallura”, pubblicato nel 1884. Il romanzo racconta le vicende relative alla faida tra le due famiglie galluresi dei Vasa e dei Mamia che si svolsero tra il 1849 e il 1856.

Ma chi era il “Muto di Gallura”?

Si tratta di Sebastiano Rassu Addis Tansu, tra i più temuti e feroci banditi del suo tempo. Nato e vissuto ad Aggius, paese epicentro del banditismo sardo fin dal XVI secolo, Sebastiano, o semplicemente Bastiano, com’era conosciuto, era sordomuto dalla nascita, ma di bell’aspetto, acuto ed intelligente. Nonostante il suo linguaggio sgraziato dai toni gutturali e spasmodici, riusciva a farsi capire molto bene, accompagnando i suoni con la gestualità delle mani. A causa del suo difetto, molte persone lo consideravano “figlio del diavolo”, soprattutto perché la sua incapacità di esprimersi compiutamente lo aveva portato ad imporsi su un piano fisico. Gli stessi parenti che avevano accolto in casa lui e suo fratello Michele dopo la morte dei genitori, erano soliti schernirlo e picchiarlo, impedendogli di accudire il bestiame.

Pastore sardo dipinto da Antonio Ballero nell’opera “Il padrone della tanca” del 1928 e custodito presso la Camera di Commercio di Nuoro.

Ma Bastiano non era sempre stato un bandito, lo diventò col tempo, a causa degli eventi e della sua emarginazione sociale. Ma fu soprattutto l’omicidio dell’amato fratello Michele, l’unico a dimostrargli affetto e complicità, a sconvolgerlo al punto tale da spingerlo alla vendetta. Tutto cominciò con il fidanzamento nelle campagne di Aggius tra Pietro Vasa, suo cugino, e Mariangiola Mamìa. Ma quella promessa non fu l’inizio di un momento felice per le famiglie dei futuri sposi, rappresentando invece l’inizio di una sanguinosa faida destinata a durare quasi dieci anni. Anton Pietro Mamìa, padre della futura sposa, aveva chiesto al futuro genero di interrompere l’ostilità con la famiglia Pilleri ( parente dei Mamìa) in vista del matrimonio imminente. I Vasa e i Pilleri erano entrati in conflitto tempo addietro per una vicenda legata allo sconfinamento di alcune capre nella proprietà di una delle due famiglie. Pietro, però, per non far torto ai propri parenti, rifiutò di andare incontro alle richieste del futuro suocero e, in tutta risposta, sciolse il fidanzamento gettando disonore su Mariangela, destinata a portare l’onta del rifiuto. Fu allora che le due famiglie Pilleri-Mamìa, accomunate dal vincolo di parentela e dal disonore per le mancate nozze, decisero di vendicarsi con l’uccisione di colui che aveva generato l’onta di tradimento: Pietro Vasa. Ma quest’ultimo riuscì a scamparla. A quel punto, però, anche il tentato omicidio richiedeva giustizia. Fu così che entrò in gioco Michele Tansu, fratello di Bastiano, il “muto”, che però rimase ucciso a sua volta. A questo punto fu guerra aperta. Seguì infatti la morte del fratello di Mariangela, anch’egli di nome Michele, ucciso che era ancora un ragazzino. Fu descritto come un bellissimo angelo biondo, colpito sotto il caldo sole di Ferragosto.

Aggius
Scorcio di Aggius

A sparargli, si diceva, fu proprio Bastiano, deciso più che mai a vendicare la morte del fratello. Ma la morte di un bambino, anche in uno scenario così crudo, era considerata un fatto tanto grave da dover essere lavato solo con un altro omicidio dello stesso tenore: l’uccisione di un altro bambino oppure quella di una donna. Arrivò così il turno della madre di Pietro Vasa. Seguì ancora la morte di Anton Pietro Mamìa in un agguato a cui parteciparono venti sicari, trasformando Aggius e le zone limitrofe in un teatro di crudeltà senza precedenti. In pochi anni si contarono oltre settanta omicidi, in ragione dei quali la giustizia ebbe ragione di intervenire.

bastiano tansu
Bastiano Tansu in un disegno di Piero Masia tratto dal libro di Franco Fresi “Banditi di Sardegna”

Si arrivò ad un “armistizio” il 26 Maggio 1856, quando nelle campagne di San Sebastiano, alle porte di Tempio Pausania, ogni componente delle famiglie coinvolte si radunò su un palco, all’ombra di un maestoso crocifisso e alla presenza di autorità civili e religiose. Da una parte i Vasa, dall’altra i Pileri-Mamìa. Per l’occasione arrivò da Sassari il padre scolopio Carboni e la cerimonia fu presieduta dal giudice aggese Celestino Concas. Terminato il lungo sermone che invitava le famiglie alla resa nel nome di Cristo, le due fazioni si andarono incontro ed ognuno dei componenti abbracciò e baciò chi aveva davanti.
Bastiano Tansu non partecipò a quella festa, ostile più che mai ad ogni manifestazione di resa, soprattutto se falsa e per niente sentita. Ma in Gallura si parlò di quell’evento per molti anni a venire nei paesi limitrofi, da Luras a Calangianus. Ma era una situazione destinata a durare poco.
Bastiano viveva da latitante, essendo il principale sicario di Pietro Vasa, e ogni tanto si stabiliva in uno stazzo di proprietà della sua famiglia, poco distante da quello di Anton Stefano Pes. La famiglia Pes si mostrò ospitale nei suoi confronti, sia perchè Bastiano offriva protezione sia perchè si dilettava a fare piccoli lavoretti artigianali, tra cui impagliare le sedie e lavorare il cuoio. Il sodalizio con la famiglia Pes sembrava destinato a durare felicemente e Sebastiano sentiva che la sua vita poteva avere finalmente un senso. Tra quelle montagne affacciate sul mare e tra le mura dello stazzo, trovò l’amore della giovane Francesca, figlia di Anton Stefano, che all’epoca aveva quindici anni. Francesca si mostrò sempre gentile con il bandito e ne ricambiava i sentimenti, al punto che si scambiarono un pegno d’amore: un cordoncino di seta con appesa una medaglietta raffigurante la Madonna col bambino. La madre della ragazza era solita scherzare sul fatto che quando Francesca fosse cresciuta, sarebbe potuta andargli in sposa, alimentando false speranze in entrambi, che ogni volta in cui si separavano, erano soliti promettersi fedeltà eterna.
Ma quando Bastiano si trattenne fuori più a lungo e fece ritorno allo stazzo dei Pes, apprese che la famiglia aveva già destinato in sposa Francesca a Giovanni Antonio Mannu. Ancora una volta il “muto” era stato messo da parte per la propria disabilità che lo aveva portato a perdere la donna che aveva scelto di amare. Sconvolto, questi lasciò il pegno d’amore sul davanzale della camera da letto di Francesca e si allontanò. Alcuni giorni dopo Anton Stefano morì colpito al petto da una pallottola. L’omicidio inaugurò la ripresa delle ostilità tra le famiglie Mamìa-Pilleri e Vasa e alla morte di Anton Stefano Pes seguì immediatamente quella di Pietro Vasa.

Ma quale fu la fine del “muto di Gallura”?

Come per tutti i personaggi che si rispettino, anche nel caso di Bastiano Tansu non esiste una verità certa. Sulla sua fine sono fiorite tante leggende in relazione al fatto che il suo corpo non fu mai ritrovato. Secondo alcuni Giovanni Antonio Mannu, temendo rappresaglie per questioni di gelosia, lo fece uccidere da alcuni sicari, chiedendo come prova dell’avvenuto omicidio il naso del bandito, il quale aveva una cicatrice inconfondibile. Altri ancora parlano di una morte suicida per l’amore impossibile verso Francesca. Altri ancora dichiarano che fu ucciso per mano di un altro latitante, un certo Macciaredda, nell’altopiano di Santa Barbara, nell’attuale comune di Trinità d’Agultu.

Aggius banditi
Parete con foto e descrizione di alcuni banditi sardi nel Museo del Banditismo di Aggius

Quale che fu la vera fine di Sebastiano Tansu, rimane una sola certezza: quella di una Sardegna costretta a credere nella figura di anti-eroi, persone emarginate perchè vittime di una società che escludeva i più deboli e li trasformava in “diversi”. Diversi che spesso imboccavano una cattiva strada. Nel bene e nel male le vicende del Muto di Gallura sono ancora oggi il simbolo di un contesto sociale gretto ed ostile in cui vige la legge del più forte, dove nessuno vince e tutti perdono.

L’omicidio, la faida e la vendetta sono oggi il filo conduttore del Museo del Banditismo di Aggius, che fa parte del sistema museale che comprende anche il Museo Etnografico più grande della Sardegna, il MEOC. Il Museo del banditismo si propone di compiere ricerche sulle testimonianze materiali legate al banditismo, analizzate da un punto di vista storico, antropologico e sociale. Allestito nel palazzo della vecchia Pretura, è situato nella zona più antica del paese. E proprio nei vicoli attigui a questo edificio, più di un secolo fa, furono commessi numerosi omicidi. Il percorso espositivo si articola in 4 sale che accolgono una bella documentazione e oggetti che vale la pena di vedere. Una teca è dedicata proprio al bandito Sebastiano Tansu, “il Muto di Gallura”, l’antieroe moderno di una Sardegna arcaica.


Riferimenti Bibliografici

  • E. Costa, Il muto di Gallura
  • G. M. Lisai, I delitti della Sardegna
  • G. M. Lisai, Sardegna giallo e nera
  • F. Fresi, Banditi di Sardegna
  • R. Carta Raspi, Storia della Sardegna
  • E. Braga, Storia dei sardi e della Sardegna

Ulteriori riferimenti

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