La chiesa di San Giovanni Battista: la perla del Sinis, tra Bizantini e Vittorini

Un tempo popolato da pescatori, famoso per le caratteristiche capanne di giunco che fino alla Seconda Guerra Mondiale si allineavano l’una accanto all’altra sulla costa oristanese, il borgo di San Giovanni di Sinis è oggi una tra le più belle località balneari del Golfo di Oristano, tutelata come area marina protetta.

Sorge a sud della Penisola del Sinis, nella parte centro-occidentale della Sardegna: un luogo antico e magico che colpisce per i suoi colori sgargianti e i panorami costieri di grande effetto scenografico.

Il promontorio di Capo San Marco visto dalla torre spagnola

Lungo l’antica strada che conduce alla città di Tharros e, più a sud, alla torre spagnola e al promontorio di capo San Marco, in un contesto paesaggistico di dune di sabbia, rocce di arenaria e basalto, si erge la bella chiesetta di San Giovanni Battista con le sue forme orientaleggianti.

Chiesa di San Giovanni Battista, veduta laterale

La storia

La piccola chiesetta bizantina è forse una tra le più antiche della Sardegna. Colpisce per le sue forme levigate e sinuose e per la caratteristica colorazione bianco-giallastra data dall’arenaria e dal calcare locale, proveniente in buona parte dalle mura dell’antica Tharros, abbandonata intorno all’XI secolo a causa delle frequenti incursioni piratesche.

Il primo impianto è databile al VI-VII secolo, ma scavi recenti hanno messo in luce un precedente edificio paleocristiano.

La cupola bizantina, dettaglio

L’edificio bizantino presentava una pianta a croce inscritta, della quale rimangono il corpo cupolato e i bracci trasversali. Degna di nota è soprattutto la cupola emisferica, costruita con una perizia riscontrabile anche in altri edifici bizantini dello stesso periodo come la chiesa di San Saturnino di Cagliari, la chiesa di Sant’Antioco nell’omonima cittadina sulcitana e la chiesa di Sant’Efisio a Nora, il cui modello fu con tutta probabilità la chiesa di Santa Sofia di Costantinopoli.

In questi edifici lo spazio quadrato della navata sottostante, delimitato dai pilastri, è raccordato con l’imposta circolare della cupola mediante pennacchi o scuffie, soluzioni architettonico-decorative al contempo ardite ed eleganti, che permettono l’innesto di una cupola su un corpo poligonale, adattando la pianta circolare a quella quadrata o poligonale.

Interno della chiesa, navata centrale con vista dell’altare e dell’abside

L’impianto subì un primo ampliamento nel corso dell’XI secolo, mescolando gli influssi dell’architettura bizantina con quelli dell’architettura romanica e provenzale. Le modifiche coinvolsero l’abside e la navata centrale. Ma la modifica più consistente fu la trasformazione – comune a molti altri edifici bizantini, tra cui quelli già citati – della pianta a croce greca in una pianta a croce latina, tipica delle chiese romaniche. L’ampliamento longitudinale della chiesa comportò il rifacimento della facciata e l’aggiunta delle navatelle laterali.

L’aula, di forma rettangolare, è oggi suddivisa in tre navate coperte da volte a botte e un transetto ugualmente voltato a botte. Le navate laterali comunicano con quella centrale mediante tre archi poggianti su pilastri. L’illuminazione interna è assicurata da tre piccole aperture quadrangolari e, in corrispondenza dell’abside e del transetto, da bifore.

Vista del transetto e della navata centrale dalla navatella destra

La facciata si presenta semplice e austera, scandita dall’andamento sinuoso di tre arcate cieche, appena ravvivata nella parte centrale da un oculo ubicato al di sopra della porta d’ingresso.
In occasione di recenti restauri è stato individuato alla base dell’abside un lacerto di intonaco dipinto in bruno e rosso su fondo bianco, raffigurante parte di un tendaggio; tale elemento, che doveva far parte di una decorazione parietale più ampia, trova confronti in contesti extrainsulari datati tra l’VIII e il IX secolo.

Nel corso degli stessi lavori è stato evidenziato al di sotto della chiesa e immediatamente a sud di essa un preesistente edificio con abside orientata ad est e la presenza nell’area di numerose sepolture, tra cui alcuni sarcofagi ancora presenti al di sotto del piano pavimentale, che hanno portato ad ipotizzare la presenza di una basilica funeraria paleocristiana.

Acquasantiera. Dettaglio con pesce

I monaci Vittorini di Marsiglia

Un contributo fondamentale nell’ampliamento della chiesa si deve ai monaci benedettini dell’abbazia di San Vittore di Marsiglia, documentati in Sardegna a partire dal 1089. A quest’epoca si riferiscono alcuni importanti lasciti da parte dei giudici di Cagliari e Gallura, i quali affidarono ai monaci provenzali il compito di ripopolare le campagne e latinizzare il culto e la liturgia.

Sul finire del X secolo la Sardegna visse un processo di graduale emancipazione politica da Bisanzio, il cui controllo durava fin dal VI secolo. Questo graduale distacco portò la creazione intorno alla metà dell’XI secolo di quattro regni autonomi, chiamati Giudicati: Cagliari, Arborea, Torres o Logudoro e Gallura.

Si trattava di entità statutarie e giuridiche autonome, rette da un sovrano – detto judex – e suddivise in porzioni di territorio più piccole dette “curatorie”. Ogni stato, o “logu”, era quindi autonomo come un vero e proprio regno e ogni giudice era a tutti gli effetti un re.

Nel 1054, con il  grande Scisma d’Oriente, la Sardegna dovette affrontare un problema significativo in termini politico-religiosi: seguire la direzione orientale dettata da Bisanzio o quella occidentale dettata dalla chiesa di Roma?

La scelta ricadde sul papato romano, già coinvolto nella causa legata alle incursioni saracene sull’isola all’inizio dell’XI secolo e capace di legittimare il potere giudicale.

Chiesa di Sant’Efisio di Nora, veduta laterale. Fonte: Sardegna Turismo

È in questo contesto che si collocava la volontà dei giudici di rinsaldare un vecchio legame con la chiesa di Roma e l’esigenza di riqualificare l’isola nel segno della devozione e del monachesimo occidentale. A questo si legava l’intento di rilanciare il culto dei martiri locali, testimoni della fede cristiana e esempi di bontà e virtù.

Dietro esplicita richiesta dei giudici al papa, quindi, giunsero in Sardegna sul finire dell’XI secolo benedettini, camaldolesi, cistercensi, vallombrosani e così via. Naturalmente ognuno di questi ordini era legato a particolari maestranze responsabili della costruzione di nuovi edifici di culto e monasteri.

L’arrivo dei monaci, a conti fatti, si tradusse in un periodo di crescita culturale, economica e sociale per l’isola. Non solo questi ultimi contribuirono all’alfabetizzazione del clero e di alcune fasce della popolazione, ma impiantarono nelle campagne un sistema fatto di unità organizzate, simili a vere e proprie aziende agricole autosufficienti, in grado di far progredire economicamente il tessuto economico locale.
In particolare nel Giudicato di Cagliari i Vittorini svolsero un ruolo di primo piano nella gestione della politica culturale ed economica. A Cagliari ebbero il controllo dei porti e delle saline, da sempre un settore cardine del tessuto produttivo cagliaritano. 

A partire dal 1089 circa il giudice di Cagliari Costantino Salusio II donò ai Vittorini numerose chiese, affinché vi impiantassero dei monasteri. Alle prime tre chiese di San Saturnino di Cagliari, Sant’Efisio di Nora e San Giovanni di Sinis si aggiunsero quella di San Giorgio di Decimoputzu e numerose altre, fino all’ultimo inventario del 1338 che consiste in un censimento dei beni dell’ordine dei Vittorini in Sardegna. In quel periodo l’ordine era in forte decadenza e fu sostituito nella sua funzione politica da francescani e domenicani che da qualche decennio costituivano la forza emergente nel contesto della società europea.

Cosa vedere nei dintorni

Poco distante dalla chiesa di San Giovanni si trova l’area archeologica di Tharros, fondata tra la fine dell’VIII e l’inizio del VII secolo a.C. dai Fenici in un’area già frequentata in età nuragica. Di questa fase oggi rimangono alcuni resti nella collina detta Su Murru Mannu (in sardo “grande muso”). La parte fenicio-punica e romana si estende verso la parte opposta, conservando importanti tracce di abitazioni, necropoli, edifici termali e luoghi di culto, nonchè due necropoli di diversa estensione.

Ruderi dell’antica città di Tharros vista dalla torre spagnola

La visita dell’area archeologica ha un ticket di 5,00€, ma è possibile usufruire di un biglietto cumulativo che permette di visitare anche la torre spagnola e il museo archeologico di Cabras, che custodisce i celebri Giganti di Mont’e Prama.

Clicca qui per consultare le tariffe e gli orari dei siti.

Lasciata l’area archeologica, si raggiunge la vetta alla volta della Torre spagnola. Detta anche torre di S. Giovanni, per la vicinanza con la chiesa di San Giovanni di Sinis, fu costruita tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo sulla sommità dell’altura che sovrasta l’area archeologica di Tharros. Di notevoli dimensioni e con ampio dominio visivo sul Golfo di Oristano e verso il mare aperto, era armata con cannoni e spingarde e presidiata da una guarnigione di soldati ed arcieri. Si suppone sia stata costruita sui resti di un nuraghe monotorre e di una torre punica, con pietre di spoglio della città di Tharros. Dalla sommità della torre si gode di una vista a 360 gradi sulla penisola del Sinis e sull’antica città di Tharros, osservando le differenze tra il cosiddetto “Mari Mortu” (o Mare Morto, così chiamato per la presenza costante di un mare calmo e piatto) e la spiaggia di San Giovanni di Sinis, il cui mare cristallino è invece spesso soggetto a correnti.

La spiaggia di San Giovanni di Sinis e la torre spagnola

Lasciato il borgo di San Giovanni di Sinis ed imboccando la SP6 in direzione Cabras si incontra il villaggio di San Salvatore, un “borgo fantasma” che si anima durante la prima settimana di Settembre, dedicata alla festa di San Salvatore che culmina con la celebre corsa degli scalzi. Proseguendo sulla SP7 si raggiunge il centro storico di Cabras. Qui il Museo Archeologico Giovanni Marongiu propone un ricco allestimento e custodisce importanti testimonianze del territorio dalla preistoria al Medioevo. Dai reperti provenineti dal vicino insediamento nuragico di “Cuccuru is Arrius”, dalla città di Tharros e dal relitto romano di Mal di Ventre, affondato nella prima metà del I secolo a.C. e ritrovato nel 1989. Una menzione importante merita l’allestimento dedicato ai “Giganti di Mont’e Prama”, colossali sculture di pietra rinvenute nell’omonima località nel 1979 ed esposte dopo il restauro dal 22 Marzo 2014. L’allestimento, che trova diretta corrispondenza con quello del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, presenta sei sculture di “Giganti” (tre pugilatori, due arcieri e un guerriero), e quattro modellini di nuraghe.


Riferimenti Bibliografici

  • R. Coroneo, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300
  • R. Coroneo, M. Coppola, Chiese cruciformi bizantine della Sardegna
  • R. Coroneo, Chiese romaniche della Sardegna. Itinerari turistico-culturali
  • P.G. Spanu, La Sardegna bizantina tra VI e VII secolo
  • M.G. Messina, D. Mureddu, Nuovi elementi archeologici dal San Giovanni di Sinis

Ulteriori Approfondimenti

Pierluigi Montalbano, Chiese romaniche dei monaci Vittorini

Area Marina Protetta Penisola del Sinis

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