La festa di Sant’Efisio a Cagliari: un voto che si rinnova da 363 anni

Anche quest’anno, come da consuetudine, il 1 Maggio Cagliari e la Sardegna festeggiano Sant’Efisio, il martire guerriero a cui la città fece voto per la liberazione dalla tremenda epidemia di Peste che si diffuse tra il 1652 e il 1656.

Si rinnova, quindi, da 363 anni una grande festa in onore del Santo che rappresenta uno tra i momenti più alti di devozione, fede, cultura e tradizioni popolari che trovano la massima espressione in una processione che non ha eguali e richiama visitatori da ogni parte.

Efisio, il martire guerriero, tra storia e leggenda

Le prime notizie sulla vita di Efisio si datano alla “Passio Sancti Ephysii“, tramandata fino a noi da un non meglio precisato presbitero Marco, che afferma di essere stato testimone della vita del santo. Tuttavia, a detta di molti studiosi, questo documento potrebbe essere un falso del Medioevo, che ha creato a posteriori la leggenda di Efisio sulla falsariga del martirio di San Procopio, un martire palestinese.

La statua di Sant’Efisio. Fonte: Monumenti Aperti

Efisio nacque ad Elia Capitolina, una città alle porte di Antiochia, in Asia Minore, nel 250 d.C. Rimasto orfano del padre Cristoforo, di religione cristiana, fu educato al paganesimo dalla madre Alessandra, di origine aristocratica. Alessandra introdusse il figlio alla corte di Antiochia, presso l’imperatore Diocleziano, il quale lo prese sotto la sua protezione. Efisio si arruolò fra i Pretoriani, diventò ufficiale e fu inviato in Italia per partecipare alla campagna di annientamento dei Cristiani, considerati nemici dello Stato e della legge romana. Qui, secondo la “Passio”, il giovane ufficiale visse un episodio che cambiò il corso della sua vita: mentre era in marcia verso sud, alla testa del suo reparto, venne sorpreso da un bagliore improvviso, cui fece seguito una voce che gli disse: “Sono il Cristo, colui che tu perseguiti”. E sul palmo della sua mano destra si impresse una croce.

In seguito a questo evento prodigioso Efisio decise di convertirsi alla fede cristiana e si fece battezzare a Gaeta. Quindi venne trasferito in Sardegna per contrastare gli Iliesi, le popolazioni ribelli dell’interno. Prima prese servizio a Tharros, poi presso il comando militare di Nora. Nonostante gli editti anticristiani emanati da Diocleziano, Efisio cominciò a diffondere pubblicamente il Vangelo e radunò attorno a sé un gruppo di seguaci. Non solo: scrisse all’imperatore e lo esortò ad abbandonare i falsi dei e a convertirsi alla nuova religione. Per questo motivo venne convocato a Cagliari presso il governatore Iulio, il quale gli intimò di tornare nei ranghi.

La chiesa di Sant’Efisio di Nora dove, secondo la tradizione, è avvenuto il martirio

Efisio rifiutò di abiurare la fede cristiana, atto che obbligò il governatore ad arrestarlo e imprigionarlo in una cella ricavata da una caverna, nel luogo in cui oggi sorge la chiesa a lui dedicata a Stampace. Qui venne flagellato, bastonato, scarnificato e bruciato con tizzoni ardenti. Tuttavia, né le torture, né la madre Alessandra fatta intervenire dalla corte imperiale, riuscirono a farlo recedere.

Il carcere di Sant’Efisio

Il nuovo governatore Flaviano ordinò che Efisio fosse bruciato vivo quale esempio per tutti i Cristiani, ma le fiamme del rogo si riversarono sugli stessi carnefici. Allora Flaviano dispose la decapitazione per spada, da eseguirsi lontano dalla città per timore di insurrezioni a difesa del martire. La condanna fu eseguita sulla spiaggia di Nora il 15 gennaio del 286 (o, secondo altre fonti, nel 303).

Si tramanda che prima dell’esecuzione Efisio abbia formulato questa preghiera:

Ti prego, Signore, di proteggere la città di Cagliari dall’invasione dei nemici. Fa che il suo popolo abbandoni il culto degli Dei, respinga gli inganni del Demonio e riconosca Te, Gesù Cristo Nostro Signore, quale unico vero Dio. Fa che i malati che pregheranno sul luogo della mia sepoltura possano recuperare la salute, e chiunque si trovi in pericolo nel mare o minacciato dagli invasori, tormentato dalla fame o dalla peste, dopo aver invocato me, Tuo servo, possa essere condotto in salvo.”

El castigo de Dios: la peste, temibile flagello

Arrivata ad Alghero tramite una nave proveniente da Tarragona, in breve tempo la peste si propoagò in tutta l’isola, facendo giorno dopo giorno centinaia di vittime. I luoghi di sepoltura, generalmente collocati dentro le città, si riempivano di corpi in putrefazione e la popolazione visse un periodo tremendo, tra la paura del contagio e la necessità di dare sepoltura ai cadaveri. Per avere un’idea dell’entità del fenomeno, dobbiamo pensare alla descrizione che il Manzoni fa del terribile morbo ne “I promessi sposi“, raccontando la paura e l’orrore che si impressero nella mente dei cittadini per molto tempo.

Il duomo e il Seminario Tridentino di Cagliari che affacciano su via Fossario

A Cagliari via Fossario diventò per eccellenza il luogo di sepoltura per i morti di peste. Ogni strato era sigillato con calce viva per limitare i miasmi ed evitare il propagarsi del contagio, ma spesso non si aveva il tempo di provvedere a questa sistemazione e i corpi venivano ammassati. Ancora oggi, visitando i sotterranei di via Fossario, all’interno dell’ex seminario che oggi ospita il museo diocesano, si vedono i resti di ossa che ci ricordano questa triste epoca.

La situazione in Sardegna era così grave che papa Innocenzo X sembrava condividere i timori del popolo e, come risulta da un decreto dell’arcivescovo don Bernardo de La Cabra emanato il 27 aprile 1654, concesse «l’indulgenza plenaria e la remissione dei peccati a tutti i fedeli che fossero stati presenti e fossero accorsi nella chiesa rurale intitolata al glorioso sant’Efisio il giorno della sua festa».

Una sezione del Fossario con ossa a vista dai sotterranei del Seminario

Nonostante preghiere, e suppliche, la peste dopo tre anni superò i cordoni sanitari e colpì al bersaglio grosso la cittadinanza: la prima vittima fu proprio l’arcivescovo de La Cabra che imprudentemente si sarebbe fatto portare da Dolianova, già colpita dall’epidemia, una pelliccia di ermellino: è il mese di novembre 1655. Il contagio si diffuse lentamente e a macchia d’olio.

La festa e il cammino di fede

La processione che si svolge da ben 363 edizioni, ha origine da un Voto del 1652 espresso dalla Municipalità di Cagliari, oggi custodito presso l’Archivio storico, nel quale s’invoca l’intercessione di Sant’Efisio per far terminare la peste e ci si impegna a celebrare ogni anno e perpetuamente una Festa solenne.
Nel 1655, come informa un atto notarile del 14 aprile 1657, il simulcro di sant’Efsio fu portato in processione a Nora, quasi una prova generale del pellegrinaggio che si ripete da ben 363 anni. Dal 1657, invece, la cerimonia ufficiale che si ripete annualmente con una solenne Festa, un vero e proprio cammino di fede. Si compie un pellegrinaggio da Cagliari al luogo del martirio del Santo e i riti di scioglimento del Voto voluto dalla Municipalità di Cagliari.

Il trasporto di Sant’Efisio a Nora

Ogni 1° di maggio, quindi, i fedeli accompagnano il Santo in questa tradizionale processione, ripercorrendo il tragitto che giunge dal carcere in cui venne imprigionato al luogo del martirio a Nora, per poi tornare alla sua Chiesa di Stampace il 4 maggio entro la mezzanotte.

La devozione popolare verso Sant’Efisio fu tale anche durante la Seconda Guerra Mondiale, quando tra le macerie di una città devastata, il Santo fu comunque portato in processione, a dimostrazione di ina fedeltà capace di andare oltre i confini e tramutarsi in ricchezza e speranza.

Credits

Immagine in copertina: cagliariturismo.it

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