La “juharia” di Cagliari: l’antico quartiere ebraico della città

A testimoniare la presenza giudaica in Sardegna rimangono oggi poche tracce materiali, distrutte in buona parte da quel lungo processo di demonizzazione della cultura ebraica compiuto a partire dal Decreto di Granada emanato dai re cattolici di Spagna nel 1492. Un importante lavoro di ricerca condotto sui documenti d’archivio dalla professoressa Cecilia Tasca ha permesso oggi di conoscere informazioni molto importanti sulla vita sociale ed economica degli ebrei in Sardegna che, in mancanza di testimonianze storico-artistiche ed architettoniche, raccontano in maniera esauriente alcune pagine di storia che dovrebbero essere lette e conosciute da tutti, soprattutto in un periodo buio come quello che stiamo attraversando, caratterizzato, spesso, dall’intolleranza e dalla xenofobia.

La presenza di comunità giudaiche sull’isola è attestata fin dal VI secolo d. C., come si apprende da alcune lettere di papa Gregorio Magno. La posizione della Chiesa nei confronti del giudaismo è ben espressa dal pontefice che, in una di queste lettere, datata 599, ordinava al vescovo di Cagliari Gianuario di difendere la libertà di culto degli ebrei in relazione ad alcune vicende che si stavano verificando in città. A quanto pare un ex ebreo convertito al cristianesimo – tale Pietro – si era introdotto nella sinagoga e a aveva apposto degli oggetti cristiani nell’oratorio, suscitando la protesta del rabbino. Apprendiamo inoltre da Severino di Cagliari – un cronista dell’VIII secolo, che nel 790 si verificò un incendio che distrusse in buona parte la sinagoga.

Panorama dal Bastione Santa Croce.

Tra la dominazione pisana e quella aragonese – cioè tra il XIII e XV secolo – agli ebrei fu concesso di vivere all’interno del quartiere Castello, in un’area specifica detta “juharia” o “juderia”. Questa si inscriveva tra le attuali via Santa Croce – chiamata inizialmente via Fontana e poi Ruga Judeorum – e via Stretta. Qui gli ebrei costruirono le loro abitazioni ed esercitavano liberamente i propri commerci, pur sottoposti ad alcuni obblighi comuni a tutti i cittadini, a prescindere dal credo religioso.

Contemporaneamente, nel versante nord dell’isola, si era formata un’altra importante comunità ebraica ad Alghero. Altre comunità erano presenti a Iglesias, Oristano e alcuni villaggi vicini a Sassari. Quella cagliaritana, tuttavia, costituiva la più grande comunità ebraica radicata sull’isola e -cosa di non poco conto – questa trovava posto nel quartiere più importante della città.

Quando l’Infante Alfonso d’Aragona nel 1323 cominciava la sua conquista della Sardegna, ad accompagnarlo, tra i tanti che sostennero finanziariamente e materialmente la spedizione, c’erano anche diversi ebrei. Questi, probabilmente, a conquista effettuata si unirono alla comunità già presente a Cagliari, trovando un posto d’onore proprio nel Castello. La posizione filo-giudaica dei regnanti d’Aragona era dovuta alla necessità di aiuto finanziario e collaborazione che gli ebrei potevano garantire in cambio di protezione. Forse non è un caso che nello stesso periodo gli ebrei fossero perseguitati in Inghilterra, Francia e Germania.

Nel 1335 sempre Alfonso estese alla comunità ebraica di Cagliari i privilegi di cui godevano gli ebrei di Barcellona. In più, forse per favorire il graduale inserimento di altri ebrei in città, il re stabilì che i potenziali immigrati fossero esonerati per i primi tre anni di permanenza sull’isola dal pagamento di alcune imposte. Qualche tempo dopo, l’esenzione diventò una sorta di “tassa agevolata”.

La vita degli ebrei di Cagliari tra XIII e XV secolo

La vita degli ebrei a Cagliari, almeno fino alle norme restrittive imposte dal governo spagnolo, doveva svolgersi in maniera tranquilla. L’ordinamento delle comunità isolane rifletteva quello delle città catalano-aragonesi, soprattutto Barcellona. In Spagna gli ebrei erano sempre separati dai cristiani, ma godettero di molta autonomia, essendo protetti dal sovrano contro il clero e i nobili cristiani. A Cagliari, invece, la comunità si era stabilita volontariamente nella “juharia”, senza, cioè, alcun tipo di confinamento forzato, e qui portava avanti le proprie attività, coerentemente con l’osservanza delle norme adottate nel governo cittadino, relazionandosi con le autorità locali competenti in materia di privilegi, tasse, dazi, ecc. E’ erronea l’attuale denominazione di Ghetto degli ebrei dato alla struttura dell’ex Caserma San Carlo, che oggi ospita un importante centro d’arte e cultura cittadino; denominazione che si mantiene più per praticità che per coerenza storica. La caserma, infatti, fu realizzata nel 1738 per volontà del vicerè piemontese Carlo di Rivarolo e dedicata a San Carlo in onore del re Carlo Emanuele III di Savoia, all’epoca reggente.

Via Santa Croce, antica Ruga Judeorum.

Sappiamo che la comunità ebraica era composta da medici, mercanti e artigiani. Fra questi ultimi, in particolare, conciatori di pelli, fabbri, calzolai, sarti e falegnami, mentre tra i commercianti figuravano mercanti di stoffe, bottegai e cambiavalute. Molte merci prodotte a Cagliari venivano imbarcate su grosse navi mercantili che dal porto raggiungevano la Sicilia, Napoli, la Francia, il Nord Africa e, naturalmente, l’Aragona.

Tra i nomi degli ebrei “cagliaritani” figura quello del rabbino Bonjuha Bondavin, citato anche da Pierluigi Serra nei suoi romanzi sui fantasmi e le misteriose vicende cagliaritane. Questo personaggio, importantissimo nella Cagliari del tempo, rivestiva questa carica per l’intera Sardegna e si relazionava direttamente con la massima autorità rabbinica dell’Aragona.

Il decreto di espulsione del 1492

Nel 1475 Ferdinando II di Trastamara, futuro re d’Aragona, e Isabella I, regina di Castiglia e Léon, convolarono a nozze. Il celebre matrimonio suggellò la nascita del Regno di Spagna, derivante dall’unione delle due corone e dei relativi possedimenti. La Sardegna, già parte della Corona d’Aragona, entrò a pieno titolo in questa nuova ed estesa giurisdizione.

Ferdinando di Trastamara e Isabella di Castiglia, “los Reyes Catòlicos”.

Questo cambiamento politico generò i primi grandi problemi per la vita delle comunità ebraiche, le cui condizioni andarono progressivamente a peggiorare.

Nel 1479, con la morte del padre Giovanni II d’Aragona, Ferdinando di Trastamara – detto “Il cattolico” – ereditava il titolo di re d’Aragona, dando vita ad una politica repressiva basata sulla totale intolleranza nei confronti di ebrei e musulmani, poi culminata con il famoso Decreto dell’Alhambra (o decreto di Granada) del 31 Marzo 1492. Ferdinando raddoppiò la tassa annuale della comunità ebraica di Cagliari, che si aggiungeva alle altre onerose tasse annuali per la sinagoga, il cimitero e le sovvenzioni straordinarie per guerre e spedizioni militari. Per molti anni gli ebrei furono fra i ricchi possidenti a finanziare le speculazioni della Corona.

Via Corte d’Appello, una delle strette stradine della juharia cagliaritana.

Il decreto rientrava a pieno titolo in quel glorioso progetto di “Reconquista” dei regni moreschi e musulmani di al-Andalus (Spagna e Portogallo meridionali) da parte degli eserciti cristiani e stabiliva una serie di norme la cui stretta osservanza era continuamente sorvegliata dai principali organi del governo, tra cui, in primis, il Tribunale del Sant’Uffizio. Le conseguenze di questa politica non si fecero attendere e pian piano i vari territori incorporati nel Regno di Spagna dovettero piegarsi alla dirompente forza spagnola. Le condizioni erano semplici: convertirsi forzatamente al cristianesimo oppure lasciare per sempre i territori cristiani. Così, come stabilito dal decreto, il 31 luglio 1492, molte famiglie ebree di Cagliari lasciarono l’isola e i loro beni furono interamente confiscati. Quanti sopravvissero alle dure condizioni della traversata in mare trovarono rifugio a Napoli, Livorno, nelle coste del Nord Africa o a Istanbul. Secondo quanto riferisce il canonico Giovanni Spano, furono circa cinquemila gli ebrei a lasciare la Sardegna.

“Conversos”: così erano chiamati gli ebrei costretti a convertirsi al cristianesimo. Piegati dal potere sovrano, questi ultimi furono costretti a cedere i propri beni alla Corona e professare una nuova fede. Considerati reticenti, ambigui e perversi, i essi caddero spesso vittime del Tribunale della Santa Inquisizione, che in quello stesso anno a Cagliari dava inizio ad un’epoca di terrore perpetrato a partire dal primo inquisitore Sancho Marin.

La sinagoga: un simbolo da demonizzare

Nel cuore pulsante della “juhdaria” di Cagliari gli ebrei avevano costruito la propria sinagoga. Per quanto oggi non sia possibile stabilire con certezza le esatte dimensioni dell’edificio, demolito nel corso del XVI secolo e sostituito dall’attuale basilica di Santa Croce, le indagini archeologiche condotte negli ultimi anni hanno permesso di ipotizzare un’estensione significativa dell’impianto, sottolineandone, di conseguenza, l’importanza per il quartiere e per la comunità. Con tutta probabilità l’edificio si estendeva tra l’attuale via Corte d’Appello (in corrispondenza della chiesa di Santa Maria del Monte di Pietà) e via Santa Croce (occupata dall’omonima basilica).

Sul finire del Quattrocento, per ordine dei re cattolici, la sinagoga fu demolita ed al suo posto, a partire dal 1530, sorse l’attuale basilica di Santa Croce. Secondo le notizie riportate dallo storico Francesco Fara, fu adottata la consuetudine di intitolare alla Santa Croce ogni chiesa cristiana sorta sulle vestigia di una sinagoga distrutta. Ma per sradicare ogni residuo di ebraismo dalla memoria storica del quartiere e dalla mente dei suoi abitanti, fu necessaria un’opera di demonizzazione del simbolo – la sinagoga – che fu “trasformata” in un luogo demoniaco in cui gli ebrei compivano segretamente rituali magici e sortilegi a base di sacrifici umani, soprattutto ai danni di bambini non ancora battezzati. La cosiddetta “accusa del sangue”, mossa agli ebrei anche durante l’Olocausto, portò ad una profonda avversione verso l’ebraismo, considerata come una religione maligna e perversa.

Tour guidato sull’Inquisizione spagnola di fronte alla basilica di Santa Croce.

È emblematico, a tal proposito, l’invenzione del cosiddetto “sabba”, il rituale orgiastico di accoppiamento tra il diavolo e le streghe, che diventa un tema centrale nella lotta contro la stregoneria ed è presente in quasi tutti i verbali di interrogatorio compilati dal tribunale del Sant’Uffizio. Il termine ha origine dalla parola ebraica “shabbat”, che rappresenta per gli ebrei il giorno del riposo, il sabato. Lo “shabbat” ebraico viene trasformato nel momento di possessione demoniaca per eccellenza, nella quale si effettuavano rituali occulti e violenti. Non a caso, il sabba veniva anche chiamato “sinagoga”. Secondo i vari manuali di demonologia, il sabba si svolgeva durante la notte tra sabato e domenica, nella quale le streghe giungevano al luogo prestabilito volando a cavallo di un animale, sopra un bastone, una panca, una pentola o una scopa. A permettere il volo era un unguento magico preparato con erbe e grasso di bambini o animali sacrificati.

Veduta dal basso della chiesa di Santa Croce, dove sorgeva l’antica sinagoga.

In Sardegna l’avversione verso l’ebraismo e verso la sinagoga in particolare ha dato origine a numerose leggende, nate dalla paura e dalla superstizione popolare. Tra queste Dolores Turchi riferisce alcune varianti che riguardano la “surbile”, una sorta di “strega-vampiro” il cui termine potrebbe derivare da “sorbere”, che alludeva all’attività di succhiare il sangue. E’ molto interessante, inoltre, quanto afferma Claudia Zedda riguardo alla leggenda della temibile strega Sisinnia Coga. Frutto di una storpiatura dialettale del termine sinagoga (“sa sinagoga” in sardo), questa creatura era una “coga” (strega) che rappresentava la personificazione del male per eccellenza. Viene descritta come una donna dalle sembianze orrende, con la testa di un gallo, braccia lunghe come pertiche, seni simili a scope e un becco aguzzo che utilizzava per dilaniare le carni degli uomini.


Riferimenti Bibliografici

  • C. Tasca, Ebrei e società in Sardegna nel XV secolo
  • C. Tasca, Gli ebrei in Sardegna nel XIV secolo
  • G. Spano, Storia degli ebrei in Sardegna
  • D. Turchi, Leggende e racconti popolari della Sardegna
  • G.L. Nonnis, Passeggiate semiserie: Castello
  • F. Masala, Cagliari, quartieri storici: Castello
  • P. Serra, Fantasmi a Cagliari e Cagliari Esoterica

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