La marcia antifeudale di Giovanni Maria Angioy

All’indomani dell’uccisione di Gavino Paliaccio e Girolamo Pitzolo, a seguito dei moti popolari del 28 Aprile 1794, la situazione sembrava ormai dominata dal caos e dall’anarchia.

Le vie che circondavano il Palazzo Viceregio erano una fiumana di persone e l’intero quartiere era sotto assedio. Molti nobili che abitavano nei palazzi delle vie limitrofe avevano richiamato i propri vassalli dalle campagne e si temeva per la vita.

Fu in questo contesto che emerse una personalità forte e determinata che proprio qui a Castello si era recentemente trasferito a causa di una situazione familiare complicata. Giovanni Maria Angioy era originario di Bono, si era laureato in giurisprudenza ed aveva idee progressiste e liberali. Aveva già partecipato alla cattura piemontese e rappresentava una valida alternativa ad un governo anarchico e rivoluzionario, essendo dotato di un temperamento risoluto e di un grande carisma.

Stimato ed affermato magistrato del tribunale della Reale Udienza, quando parlava in pubblico attorno a lui si creava il silenzio e riusciva a catalizzare l’attenzione di tutti. Apparve chiaro che in un momento così delicato c’era bisogno proprio di una figura capace di parlare alle masse.

Le sue idee politiche erano estremamente moderne e la sua visione chiara sull’economia della Sardegna fa ancora oggi riflettere.

“Malgrado la cattiva amministrazione, l’insufficienza della popolazione e tutti gli intralci che ostacolano l’agricoltura, il commercio e l’industria, la Sardegna abbonda di tutto ciò che è necessario per il nutrimento e la sussistenza dei suoi abitanti. Se la Sardegna in uno stato di languore, senza governo, senza industria, dopo diversi secoli di disastri, possiede così grandi risorse, bisogna concludere che ben amministrata sarebbe uno degli stati più ricchi d’Europa, e che gli antichi non hanno avuto torto a rappresentarcela come un paese celebre per la sua grandezza, per la sua popolazione e per l’abbondanza della sua produzione”.

Gli echi dei moti insurrezionali a Sassari

Se a Cagliari si poteva contare sulla figura di un uomo come Angioy, a Sassari la situazione stava sfuggendo al controllo. La nobiltà e l’alto clero, per paura di perdere i propri antichi privilegi, avevano invocato la protezione del re a Torino per ottenere un’emancipazione dal governo di Cagliari. Nelle campagne le popolazioni, incitate da agitatori e dal basso clero, si stavano ribellando, attaccavano le sedi governative, gli istituti di credito agrario, le residenze di aristocratici e di alti prelati, rifiutando di versare le imposte e le decime. A sostegno dei moti cagliaritani, a Sassari si scatenò un’altra rivolta all’inno di Francesco Ignazio Mannu “Procurad’e moderare, barones, sa tirannia” (cercate di moderare, baroni, la tirannia), che diventò un vero e proprio inno contro il dispotismo dei tiranni, sia piemontesi che sardi.
La situazione era diventata così grave che da Cagliari si decise di inviare nel settentrione dell’isola Giovanni Maria Angioy, che fu per l’occasione investito della carica di “alternòs”, ovvero un sostituto del vicerè. Questi giunse a Sassari accolto da un bagno di folla come liberatore.

Angioy cercò per tre mesi di riconciliare feudatari e vassalli, ma ben presto l’interesse e il sostegno governativo cagliaritano vennero meno. A quel punto Angioy lavorò con emissari francesi ad un piano per instaurare una Repubblica Sarda, mentre Napoleone Bonaparte invadeva la penisola italiana. Tuttavia con l’armistizio di Cherasco e la successiva Pace di Parigi del 1796 venne meno ogni possibile sostegno esterno e Angioy decise di effettuare una marcia antifeudale e rivendicativa su Cagliari.

Il fallimento della missione

A questo punto dal viceré gli vennero revocati i poteri di “alternòs” ed egli dovette arrestare la sua marcia a Oristano, in quanto venne abbandonato dai suoi sostenitori dopo che il Re da Torino aveva ammorbidito la sua posizione. Il governo sabaudo accettò le richieste formulate dagli stamenti sardi, dopo che il loro rifiuto, nell’aprile del 1794, aveva scatenato la rivolta oggi passata alla storia come “sa die de sa Sardigna”.

A quel punto, ogni tentativo di agitazione caldeggiato da Angioy incattivì il governo, costringendolo alla fuga. Sulla sua testa pendeva una grossa taglia e ovunque nell’isola era ricercato. Obbligato ad abbandonare la Sardegna, Angioy si rifugiò a Parigi. Qui morì esule e in povertà nel 1808. Abbandonato anche dalla famiglia, Angioy non ricevette nemmeno un degno funerale. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune a Parigi, solo e dimenticato.
Nel frattempo sull’isola l’ordine veniva ripristinato con le armi. Furono assediati i villaggi che resistevano e furono condannati a morte tutti i capi e i maggiori esponenti del moto rivoluzionario che si riuscì a catturare.
Era la fine del sogno d’indipendenza ed autonomia propugnato dai riformatori, sepolto e dimenticato esattamente come il suo più grande sostenitore, Giovanni Maria Angioy. Avevano vinto l’arroganza e la cupidigia tanto dei piemontesi quanto dei sardi.


Riferimenti Bibliografici

  • G. Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda
  • R. Carta Raspi, Storia della Sardegna
  • O. Onnis, G. M. Angioy. Memoriale sulla Sardegna (1799)

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