Le maschere tradizionali del Carnevale in Sardegna

Di recente la questione legata alla “tradizionalità” delle maschere del Carnevale sardo è tornata alla ribalta, portando molti studiosi ed associazioni folkloristiche a rivendicare l’interesse storico ed etnografico di alcune maschere ritrovate e di cui si era persa memoria.

La maschera è da sempre associata al Carnevale e rappresenta i concetti di libertà e trasgressione che caratterizzano questa antica tradizione che si perde nella notte dei tempi. Ma in Sardegna il Carnevale è qualcosa di diverso: è un momento di mistero, leggenda, paura, mito, che si esprime in un clima di festa dolce-amara che differisce da parte a parte. Le maschere tradizionali incarnano perfettamente in chiave grottesca il rapporto uomo-natura, da sempre alla base di una civiltà agropastorale che si è espressa nelle più varie manifestazioni che, rievocando rituali apotropaici e danze propiziatorie legate ai ritmi della natura e al culto delle divinità pluviali precristiane, rappresentano l’espressione più vera e autentica della tradizione.

Altri segni molto eloquenti della dimensione agro-pastorale nelle maschere tradizionali si hanno inoltre nella gestualità, nell’abbigliamento, negli strumenti agricoli e nell’atmosfera tragica e lugubre della rappresentazione della morte.

La stessa parola con la quale in sardo si identifica il carnevale, ossia “Karrasegare” o “Carrasecare”, starebbe a significare “carre’e secare”, dove il termine “carre” (carne, diversa da “petza”, che identifica la carne animale) designerebbe la carne umana, per cui il termine “carrasecare” rimanderebbe all’antico rito dionisiaco vero e proprio, dove la carne viva di capretti e vitelli veniva dilaniata per rendere omaggio a Dionisio bambino sbranato dai Titani.

Ecco alcune tra le più belle maschere del Carnevale in Sardegna.

Su Maimone di Ulassai

Il Carnevale ogliastrino di Ulassai ha luogo dalla notte di San Sebastiano fino al martedì grasso ed è caratterizzato dalla questua in onore di “su Maimoni” o “Maimulu”, un fantoccio il cui nome è ancora oggetto di dibattiti. Giovanni Lilliu, padre dell’archeologia sarda, nel suo libro “La civiltà dei Sardi” scrive che Maimone era un essere demoniaco, invocato come portatore di pioggia a Cagliari e Ghilarza, mentre ad Iglesias era lo spirito di un pozzo. Ancora il linguista Max Leopold Wagner nel suo “Dizionario etimologico sardo” traduce Maimone con “spauracchio” dando al termine origini semitiche e spiegando che in principio indicava una scimmia. Anche Francesco Alziator riprendeva i significati dati dal Wagner e ipotizzava un’affinità tra Maimone e le statue parlanti di Roma come Pasquinio e Marforio.

Secondo Dolores Turchi, invece, che propende per l’origine dionisiaca dei carnevali barbaricino-ogliastrini, il termine “Maimone” o “Mamuthone”, deriverebbe da “Mainoles”, la maniera con la quale in greco ci si riferiva a Dioniso, dio dell’estasi e dell’ebbrezza, mentre le Menadi, sue seguaci, erano chiamate “Mainades” , che significa pazze. Secondo la studiosa, nella danza dei “Mamuthones” del carnevale barbaricino si intravede il rito dionisiaco rappresentato dal sacrificio del dio che muore per poi risorgere.

Secondo altri studiosi, tra cui Mario Ligia, Maimone era un termine autoctono che stava ad indicare l’antica divinità e protosarda della pioggia. La radice “maim’o”, infatti, in lingua fenicia significava “acqua” mentre in ebraico indicava un demone, un mostro ed anche la brama di denaro.

Su Battileddu di Lula

Su Battileddu di Lula. Foto: Francesco Pau

Su Battileddu, la maschera tradizionale del Carnevale di Lula, è sicuramente una delle più impressionanti del carnevale sardo, molto distante dalle colorate e commerciali mascherate carnevalesche. Si tratta di una maschera che forse potrebbe incarnare Dioniso stesso, come divinità della natura selvaggia, forza vitale, primordiale e incontrollabile. L’uomo che lo interpreta è vestito in maniera macabra e terrificante: pelli di montone, volto coperto di fuliggine e muso sporco di sangue. Sulla sua testa, coperta da un fazzoletto, è fissato un mostruoso copricapo cornuto, ulteriormente adornato da uno stomaco di capra. Su Battileddu porta inoltre al collo dei rumorosi campanacci detti marrazzos, sotto i quali penzola un grosso stomaco di bue che è stato riempito di sangue ed acqua.

Per quanto le sue fattezze possano incutere timore, Su Battileddu è in realtà una vittima sacrificale, trascinata per le strade del villaggio dai Battileddos Massajos, i custodi del bestiame. Accanto a Su Battileddu, sfilano i cosiddetti Battileddos Gattias, uomini travestiti da vedove che intonano lamenti funebri per la vittima, porgendo bambole di pezza alle donne tra la folla affinché le allattino. Ad un certo punto della sfilata, le finte vedove si siedono in cerchio e cominciano a passarsi un pizzicotto l’una con l’altra (spesso dopo aver costretto qualcuno fra il pubblico ad unirsi a loro); la prima a cui sfuggirà una risata sarà costretta a pagare pegno, che normalmente consiste nel versare da bere. In questo chiassoso e sregolato corteo funebre, intanto, su Battileddu continua ad essere pungolato, battuto e strattonato. È uno spettacolo cruento, al quale nemmeno il pubblico si sottrae: tutti cercano di colpire e di bucare lo stomaco di bue che egli porta sulla pancia, in modo che il sangue ne sgorghi, fecondando la terra. Quando questo accade, gli spettatori se ne imbrattano il volto.

Su Bundhu di Orani

Su Bundhu di Orani

Su Bundu è la maschera tipica del Carnevale di Orani, un piccolo comune della provincia di Nuoro. Indossa abiti da contadino, un cappotto largo, “su saccu”, pantaloni di velluto, gambali di cuoio e una grossa maschera di sughero dalle fattezze antropomorfe con le corna, un naso pronunciato, il pizzetto e i baffi. Nella versione riconosciuta come tradizionale l’area facciale e il naso sono tinte in rosso sanguino (molto probabile che anticamente venisse usato il sangue animale), mentre baffi, mento e corna sono di color bianco. In una rivisitazione più recente è possibile trovarla in sughero naturale; in tali casi la maschera viene intagliata per evidenziarne alcuni tratti somatici. Altre versioni della maschera la vedono interamente dipinta di rosso con baffi, naso e pizzetto bianco.

Un altro elemento caratterizzante di questa maschera è “su trivutzu”, il tridente, strumento da lavoro derivante dalla tradizione agricola. Durante la loro esibizione carnevalesca Sos Bundhos minacciano i passanti con il tridente, pungolandone i piedi per incitarli ad unirsi alla danza propiziatoria, utile a prospettare una rigogliosa rinascita dei frutti di Madre Terra. In occasione della festa di Sant’Antonio Abate, circondano il fuoco e, con suoni simili a sibili di vento e muggiti, lo attizzano alimentando alte fiammate e scintille.
Il termine “bundhu”, infatti, potrebbe ricollegarsi al vento, “bundho”, “bundha” o “bundhu” al singolare e “bundhus” o “bundhas” al plurale (maggiormente usato nelle espressioni dialettali come rafforzativo) e potrebbe rappresentare il soffio primordiale da cui ha origine la vita. Nella maschera de Su Bundhu, infatti, vengono riconosciuti tre elementi accomunati dal ruolo di fecondatori o portatori del seme necessario alla continuazione della vita terrena: il vento a raffigurare il fecondatore del mondo vegetale, il bue a raffigurare il fecondatore del mondo animale, e l’uomo in quanto portatore del seme umano, artefice della propria evoluzione e custode della conoscenza. L’uomo assume qui il compito di veicolo, attraverso cui quella conoscenza viene offerta alla Madre Terra onde riceverne in cambio i favori che gli garantiscono la prosperità.

Il bue è l’animale che per eccellenza rappresenta la cultura agro-pastorale sarda. Grazie alla sua forza, facilmente addomesticabile, era di grande aiuto nella coltivazione della terra e nel trasporto dei beni come animale da traino. I suoi escrementi fungevano da fertilizzante; le sue carni garantivano in parte l’approvvigionamento di cibo; le pelli e le ossa venivano utilizzate per produrre vesti ed oggetti di uso quotidiano.

S’urtzu: la maschera tipica del Carnevale ogliastrino e barbaricino

“S’urtzu” è una tra le maschere tradizionali più diffuse, che presenta molteplici varianti a Ulassai, Gairo, Sadali, Austis, Fonni, Ortueri, ecc.

In Ogliastra “S’urtzu ballabeni” è una maschera orrenda che rappresenta la natura selvaggia, l’inverno, che attacca chiunque gli si pari davanti, così come l’inverno in passato aggrediva le comunità. È tenuto a freno da “is omadoris”, figure benigne che lo tengono in catene e attraverso le percosse lo obbligano prima a seguire un ritmo regolare scandito dai campanacci che portano sul dorso, poi lo uccidono. Il nome del personaggio deriva proprio dall’incitamento “Urtzu, ballabeni!” ovvero “Urtzu, balla bene!”, come auspicio ad una natura che danzi al ritmo voluto dalla comunità.

S’Urtzu e S’Omadori. Fonte: Sardegna Digital Library

La sua morte è invece il simbolo della fine dell’inverno e dopo la morte iniziano i festeggiamenti della comunità, interrotti solo da una repentina rinascita de “s’urtzu”. La rinascita serve a ricordare alla comunità il ciclo delle stagioni. “S’urtzu” per l’anno è stato sconfitto, ma la vittoria non è permanente: l’anno successivo tornerà, aggressivo come sempre.

Secondo Massimo Pittau questa antica usanza proviene direttamente dalla Civiltà Nuragica ed è connessa alla pratica del “geronticidio”. Dolores Turchi, invece, invece, fa risalire queste tradizioni a ciò che resta di un antico rito dionisiaco che rappresentava il sacrificio del dio stesso che moriva per poi risorgere all’inizio della stagione agricola. Ancora, Pierina Moretti ritiene che le manifestazioni carnevalesche ogliastrine rivelino rituali primitivi, e le varie maschere rappresentino l’orso e i suoi giustizieri (“urtzu”, “peddinciones” e “poddinaios”), e siano elementi di un arcaico rituale agrario basato su eliminazione e rinnovamento, demoni della natura e della fecondità, distruzione delle forze malefiche e propiziazione della rinascita. Uguali motivi apotropaico-propiziatori, secondo la studiosa, sono presenti in rituali agrari di alcune popolazioni balcaniche, e idoli molto simili a “mamuthones” e “peddinciones” erano usati da tribù congolesi. Seguendo il ragionamento della studiosa, sebbene l’orso non sia un animale appartenente alla fauna della Sardegna, si tratterebbe di un animale-simbolo, frutto di reminiscenze delle popolazioni del Neolitico che giunsero sull’isola attraverso la Corsica.

Sos Colonganos di Austis. Foto: www.itenovas.com

Altri ancora ritengono che la parola “urtzu” non abbia alcun legame con l’orso, ma indicherebbe genericamente l’orco, quindi una creatura mostruosa e malvagia.

A Ortueri accanto a “S’Urtzu” esiste la maschera de “is sonaggiaos”, il cui nome deriva dai campanacci che si appendono al collo di buoi e pecore. Is Sonaggiaos rappresentano un gregge ed avanzano nelle strade del paese a passo cadenzato, agitando i campanacci, mentre s’Urtzu, ricoperto di pelli scure, è la bestia che si agita e si dimena, aggredisce le persone e si arrampica su case e alberi.

Ad Austis, invece, le maschere di “Sos Colonganos”, pur essendo simili a tutte le altre maschere barbaricine, hanno una caratteristica fondamentale che li differenzia dalle altre: sulle spalle, al posto dei tradizionali campanacci, portano delle ossa di animali che vengono scosse per produrre un suono sordo, meno forte di quello dei campanacci, ma di certo altrettanto affascinante.

S’Urtzu di Ula Tirso. Foto: Sandalyon

Nel paesino oristanese di Ula Tirso, invece, “S’Urtzu” indossa la pelle di un cinghiale, un campanaccio e un pezzo di sughero sulla schiena, e viene percosso da “sos Bardianos”, uomini ricoperti di pelli di animale e il viso di colore nero carbone.

Un’ultima variante della maschera de “S’Urtzu” si trova anche a Fonni, ed è chiamata “Urthu” o “Urtho”. Il Carnevale fonnese ripropone la classica lotta primordiale del carnevale barbaricino: “S’Urthu” cerca di scappare e di liberarsi arrampicandosi ovunque, su alberi e balconi, mentre “Sos Buttudos” cercano di domarlo.

Sas umpanzias di Lodine

Carnevale di Lodine. Foto: Sardegna in festa

Il Carnevale di Lodine si svolge il mercoledì delle Ceneri. l protagonista indiscusso è un fantoccio con una maschera di legno, le cui fattezze appartengono ad un personaggio della comunità che durante l’anno si è distinto per un comportamento scorretto. Può anche essere un personaggio conosciuto che si è fatto notare per azioni poco nobili.
Il fantoccio viene accompagnato da un corteo funebre costituito per la maggior parte da uomini travestiti da vedove con gli abiti tradizionali locali e il viso nero. Queste maschere prendono il nome di “Sas Umpanzias” e le fattezze del loro volto sono nascoste dietro ad una maschera di sughero che ugualmente rappresenta un politico o un personaggio del luogo.
Il fantoccio viene deriso e sbeffeggiato, portato di casa in casa per richiedere una sorta di questua per il banchetto funebre. Vino, pane e dolci saranno parte integrante della libagione che si svolgerà dopo il processo e la condanna a morte. Alla fine il fantoccio sarà bruciato ma la maschera verrà salvata per essere riutilizzata nel carnevale successivo.

Su componidori

Su Componidori durante la corsa alla stella

“Su Componidori” è una fra le più belle ed originali maschere sarde, dalle ambigue fattezze androgine e i tratti delicati e composti. Molto diversa dalle orrende maschere del carnevale barbaricino e ogliastrino, è una figura enigmatica, a capo della Sartiglia di Oristano. Viene considerato un semidio, indossa una maschera in terracotta, calzari in pelle, camicia bianca, un velo bianco sul capo e un cappello a cilindro nero.

Boes e Merdules di Ottana

Boes e Merdules. Foto: www.merdules.it

Quello di Ottana, uno dei più noti, autentici e affascinati carnevali della Sardegna. I suoi protagonisti sono “Sos Boes”, i buoi ricoperti di campanacci e pelli di pecora e tenuti dalle redini da “Sos Merdules”, uomini col viso coperto da atroci maschere nere, e infine “Sa Filonzana”, una enigmatica e inquietante figura femminile vestita di nero che ricorda il mito greco delle “parche”.

Mamuthones e Issohadores

Mamuthones e Issohadores. Foto: Pro Loco Mamoiada

Probabilmente quello di Mamoiada è il carnevale sardo più famoso, conosciuto ed apprezzato anche al di fuori dell’isola, anche in relazione alla tipica maschera del Mamuthone, riprodotta in innumerevoli versioni e più frequentemente commercializzata. Come nel caso del carnevale di Ottana, ma in generale nel carnevale barbaricino ed ogliastrino, in primo piano è la lotta per la sopravvivenza, incarnata dal ciclo delle stagioni e dalla dicotomia tra buio e luce, bene e male, animale e uomo, ecc.

Ad incarnare quest’alternanza sono i “Mamuthones” e gli “Issohadores”. I primi indossano maschere di legno dipinte di nero, pelli ovine e, soprattutto, pesanti campanacci sulla schiena che agitano al ritmo di una danza tribale. Rappresentano, forse, la bestialità, l’istinto, la natura selvaggia da addomesticare. Gli Issohadores, invece, derivano il loro nome dalla fune “sa soha” o “sa soca”, con cui tengono a freno i “Mamuthones” e che utilizzano come una sorta di lazzo per prendere le belle donne tra la folla come augurio di fortuna e fertilità per l’anno agricolo.

S’attittadora de Su Karrasecare Osinku

La giornata più importante del Carnevale di Bosa è il martedì grasso, nel quale sfilano “Is Attittadoras”, figure molto simili alle prefiche romane, vestite completamente a lutto che piangono la morte di Gioldzi (Re Giorgio, il fantoccio da bruciare), creando un particolare effetto sonoro e facendo riecheggiare i loro lamenti per tutto il paese. Gioldzi è raffigurato da un bambolotto, spesso smembrato, portato in braccio o su una carriola. Anche gli spettatori sono coinvolti nella sfilata, infatti, le Attittadoras chiedono al pubblico “unu tikkirigheddu de latte” (un goccio di latte) per il neonato Gioldzi, abbandonato dalla madre distratta dalla festa. Le Attittadoras importunano le donne del pubblico, cercando di palparne il seno per il latte da dare al neonato.
Al tramonto del sole si assiste ad un cambio di scena: le maschere delle Attittadoras scompaiono per lasciare il posto alle maschere in bianco ovvero le anime del Carnevale che sta finendo. Le maschere che sfilano nella notte sono caratterizzate da un lenzuolo bianco e da una federa bianca che funge da cappuccio. Hanno il viso annerito dalla cenere del sughero bruciato e tengono in mano un cestino di vimini contenente una candela o una lanterna.

Sos Corriolos di Neoneli

La maschera tipica del carnevale di Neoneli è quella di “Sos Corriolos”, riscoperti di recente, grazie ad un una ricerca etnografica sulla base di alcuni documenti del 1700. Per le vesti vengono usate pelli di pecora e capra come da tradizione. Il copricapo è di sughero e porta delle corna di daino o cervo. Non sono presenti campanacci ma, anche in questo caso, ossa di animali che vengono fatte “suonare” al ritmo di una danza tribale.

Sa Maschera a Gattu di Sarule

La maschera più importante del carnevale di Sarule è “sa maschera a gattu”, descritta anche da Grazia Deledda nel suo romanzo “Elias Portolu”. La maschera indossa le due gonne del costume tradizionale al rovescio, una copertina bianca fermata da una fascia rossa sulla testa e il caratteristico velo nero a coprire il viso. Il portare le gonne al rovescio serviva a garantire l’anonimato, nascondendo i ricami.

Sos Thurpos di Orotelli

Sos Thurpos di Orotelli

“Sos Thurpos” sono le maschere tipiche del carnevale di Orotelli. La loro riscoperta è recente e si deve all’etnologo Raffaello Marchi che, nel 1978, intraprese delle ricerche che hanno portato alla conoscenza di un’altra maschera legata al carnevale barbaricino. Hanno il viso dipinto di nero con gli occhi coperti dal cappuccio di un lungo pastrano di orbace detto “su gabbanu”. La parola “thurpos” significa “cieco” e “sos thurpos” si aggirano per il paese con il volto annerito dalla cenere di sughero che è stato bruciato durante la vestizione. Sopra il cappotto indossano delle grosse funi o una cinta di pelle da cui pendono campanelle bronzee e campanacci dette “picarolos”, “brunzos” o “tintinnos”. Appesa alla cinta dei pantaloni portano una zucca piena di vino e un bicchiere ricavato da un corno di bue. Solitamente avanzano a gruppi di tre: due davanti, abbracciati, nell’intento di trainare un aratro di legno a simboleggiare i buoi aggiogati e condotti dal terzo, il pastore. Oltre questo trio è possibile vedere anche il Thurpos Seminatore che sparge crusca come segno di buona fortuna e anche il Thurpo maniscalco che segue la mandria e mima la ferrata di qualche bue. La mandria dei Thurpos procede in maniera ordinata fino alla piazza principale del paese dove è possibile assistere ad un trio di Thurpos che carica una persona prescelta del pubblico a cui verrà offerto del vino, e la stessa non verrà liberata fino a quando non contraccambierà l’invito.


Riferimenti Bibliografici

  • Francesco Alziator, Il folklore sardo
  • Mario Ligia, La lingua dei sardi. Ipotesi filologiche
  • Dolores Turchi, Maschere, miti e feste della Sardegna
  • Raffaello Marchi, Le maschere del Carnevale Barbaricino
  • Giovanni Lilliu, La civiltà dei sardi

Ulteriori riferimenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *