Quel vino di Oliena che poi si chiamò Nepente

Non conoscete il Nepente di Oliena neppure per fama? Ahi lasso! Io son certo che, se ne beveste un sorso, non vorreste mai più partirvi dall’ombra delle candide rupi, e scegliereste per vostro eremo una di quelle cellette scarpellate nel macigno che i sardi chiamano Domos de janas, per quivi spugnosamente vivere in estasi fra caratello e quarteruolo.

Così nel 1909 Gabriele D’annunzio scriveva in una lettera indirizzata ad Hans Barth – giornalista tedesco residente a Roma e profondo conoscitore dei vini italiani – da Marina di Pisa. Questa lettera avrebbe poi ispirato l’elogio al Nepente nella prefazione della “Guida spirituale delle osterie italiane” e, nel contempo, avrebbe dato spunto all’articolo intitolato “Un itinerario bacchico” pubblicato il 15 febbraio 1910 sul “Corriere della Sera”,

Il Nepente di Oliena è un vino elegante e strutturato ottenuto da uve Cannonau, di colore rosso rubino e con un profumo persistente che racchiude l’anima dell’intera Sardegna.

Ottimo con le carni e i formaggi stagionati, i sughi e le conserve sott’olio, ben si presta ad accompagnare piatti complessi, esaltandone il gusto.

Oggi è uno tra i vini più apprezzati non solo tra gli estimatori, ma anche tra i semplici conoscitori in molte parti del mondo. Prodotto in tre versioni – Nepente di Oliena, Nepente di Oliena Classico e Nepente di Oliena Biologico – risponde alla DOC Cannonau di Sardegna, introdotta nel 1972 per riferirsi all’intero areale di produzione dell’isola, da Nord a Sud.

Il Nepente di Oliena

Ma se oggi il Nepente di Oliena è un vino assai noto ed apprezzato, fino alla fine dell’Ottocento era chiamato semplicemente “binu de Uliana”, cioè “vino di Oliena”. Come molti altri vitigni sardi, infatti, il Cannonau era venduto come vino “da taglio” nelle aree che maggiormente producevano e commercializzavano vino, in particolare la Francia e il nord Italia. Si riteneva che i vini sardi fossero poco eleganti e strutturati, complice anche una gradazione alcolica elevata, pertanto venivano richiesti per correggere alcune caratteristiche di altri vini, soprattutto il colore e la gradazione alcolica. I produttori locali, quindi, non si erano mai posti il problema di creare una viticoltura consapevole e attenta, finalizzata ad una produzione vinicola di qualità, limitandosi invece all’autoconsumo e all’esportazione.  

Quando è avvenuto questo cambiamento e perché?

Uno dei primi meriti, almeno nella denominazione, va riconosciuto al vate Gabriele D’Annunzio che nel Maggio del 1882 visitò il piccolo centro della Barbagia situato ai piedi del Monte Corrasi e se ne innamorò.

D’Annunzio e il suo breve soggiorno a Oliena

All’epoca del suo viaggio in Sardegna, compiuto in compagnia degli amici Edoardo Scarfoglio e Cesare Pascarella, D’Annunzio aveva 19 anni, ma era già conosciuto ed apprezzato non solo per la sua prima raccolta di poesie “Primo Vere”, ma anche per la sua personalità istrionica e irriverente.

“Eravamo clerici vagantes per un selvatico maggio di Sardegna, io, Edoardo Scarfoglio e Cesare Pascarella, or è gran tempo, quando giungemmo nella patria del rimatore Raimondo Congiu piena di pastori e di tessitrici, ricca d’olio e di miele, ospitale tra i Sepolcri dei Giganti e le Case delle Fate. Subito i maggiorenti del popolo ci vennero incontro su la via come a ospiti ignoti; e ciascuno volle farci gli onori della sua soglia, a gara”.

I tre, quindi, furono ospiti presso una delle famiglie del paese e una leggenda vuole che il Vate alle prime luci dell’alba si sia affacciato dalla finestra di un balcone in legno in via Dante Alighieri a contemplare il panorama prima di riprendere il suo viaggio nell’isola.

Un’ospitalità sincera quella degli olianesi, che fu ricordata anche a distanza di tanti anni. Quando D’Annunzio scrive l’elogio al Nepente è quasi cinquantenne e ancora coltiva l’idea di ritornare in Sardegna. Quel saggio sull’isola misteriosa che aveva cominciato a prender forma dagli appunti di viaggio e dalle lettere, era ancora nella mente del poeta a distanza di tanto tempo.

La chiesa di Santa Maria a Oliena

“Ah, mio sitibondo Hans Barth, come le vostre nari sagaci avrebbero palpitato allorché il rosso Nepente sgorgò dal vetro con quel gorgoglio che suol trarvi dal gorgozzule quei “certi amorevoli scrocchi” – parla il nostro Firenzuola! – Avete nel cuore qualcuna di quelle Odi Purpuree di Hafiz che cantano il vino e la rosa? Ci parve che l’anima stessa dell’Anacreonte persiano emanasse dalla tazza colma, col colore del fuoco e con l’odore d’un profondo roseto.
Certo, chi beve quel vino non ha bisogno d’inghirlandarsi”.

Quando visitò la Sardegna e la cittadina di Oliena, D’Annunzio colse le suggestioni di una terra ancestrale e leggendaria, quasi magica, dove il tempo conosce i ritmi della lentezza e la natura crea opere d’arte misteriose.

E un’opera d’arte, sicuramente, era anche quel vino soave e al tempo stesso duro, capace di lenire i dolori e inebriare la mente cancellando ogni tristezza. Fu proprio D’Annunzio, infatti, a dare il nome “Nepente” al delizioso nettare di cui continuò a conservare il ricordo anche a distanza di tanto tempo: un nome che significa “senza tristezza”, “senza pentimento”.

Gabriele D’Annunzio in una foto giovanile

E da quel lontano 1882  il Nepente aveva cominciato a fare progressi, anche se non erano tempi facili per la viticoltura. Ecco perché, quando nel 1909 D’Annunzio rispondeva alla lettera dell’amico Hans Barth che gli aveva chiesto notizie sulle osterie di Pisa, egli si sorprese di come questi non avesse mai sentito parlare del Nepente.

“…io vi prometto di sacrificare alla vostra sete un boccione d’olente vino d’Oliena serbato da moltissimi anni in memoria della più vasta sbornia di cui sia stato io testimone e complice….”

Il Nepente: tra passato e presente

Furono i Gesuiti, attivi a Oliena a partire dal 1665, a portare avanti l’economia rurale e diventare fautori di tante iniziative in campo agricolo. Tra queste la coltivazione del gelso e l’allevamento del baco da seta, l’innesto degli ulivi e l’implementazione della coltivazione del vitigno Cannonau. Si stima, infatti, che già nel XVII secolo fossero stati piantati oltre 80.000 ceppi. Queste scelte permisero la continuazione di questa tradizione anche dopo la soppressione dell’ordine religioso, sfruttando l’esposizione al sole di ogni parte di quella montagna calcarea e arida, fino ad arrivare nel 1950 alla fondazione della Cantina Sociale di Oliena. Nata per unire le forze dei singoli coltivatori, la Cantina cominciò a crescere negli anni Ottanta, puntando prevalentemente sull’ammodernamento delle strutture e sulla qualità dei vini, anche a fronte di una piccola produzione. Una scelta ardita e coraggiosa è stata quella di puntare tutto sul Nepente, cioè sul prodotto che rappresenta la massima espressione del territorio, eliminando dalla produzione i vini bianchi e i vitigni internazionali. Oggi la Cantina Oliena vinifica da 3000 a 4000 quintali di uva Cannonau; il 90% della produzione è imbottigliato e in buona parte esportato in Europa e nel resto del mondo.

Con queste parole D’Annunzio chiudeva il suo elogio al Nepente:

“A te consacro, vino insulare, il mio corpo e il mio spirito ultimamente.
Il Sire Iddio ti dona a me, perché i piaceri del mio spirito e del mio corpo sieno inimitabili.
Possa tu senza tregua fluire dal quarteruolo alla coppa e dalla coppa al gorgozzule.
Possa io fino all’ultimo respiro rallegrarmi dell’odor tuo, e del tuo colore avere il mio naso per sempre vermiglio.
E, come il mio spirito abbandoni il mio corpo, in copia di te sia lavata la mia spoglia, e di pampani avvolta, e colcata in terra a pie’ d’una vite grave di grappoli; che miglior sede non v’ha per attendere il Giorno del Giudizio.”


Riferimenti Bibliografici

  • Hans Barth, Guida spirituale delle Osterie d’italia
  • Gabriele D’Annunzio, Un itinerario bacchico
  • Francesco Casula, Viaggiatori italiani e stranieri in Sardegna

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