Sibilla Aleramo e quell’ “Odissea sarda” per un amore tormentato

Cagliari, città di mare dall’anima solare e al tempo stesso malinconica, ha da sempre accolto viaggiatori da tutto il mondo. I secoli XIX e XX hanno visto un susseguirsi di intellettuali mossi dai più differenti scopi, che di Cagliari e della Sardegna hanno riportato le impressioni più varie: Balzac, Valery, Delessert, D’Annunzio, Lawrence, Quasimodo, Carlo Levi, Totò, sono, forse, i nomi più altisonanti. Ma accanto a questi ve ne sono altri, non meno importanti, ma sicuramente meno noti e quasi dimenticati. Tra questi, Franco Matacotta e Sibilla Aleramo, che a Cagliari vissero gli ultimi sprazzi felici di un amore tormentato, che segnò profondamente le vite di entrambi.

E in questi anni, nel 1941, Cagliari diventa la muta sentinella di incontri felici, consumati nell’hotel più rinomato della città, che di lì a poco avrebbe cominciato la sua inarrestabile decadenza, proprio come la storia d’amore tra Sibilla e Franco: l’Hotel Scala di Ferro.

L’hotel Scala di ferro in una foto dei primi anni del Novecento.

Lei, sessantenne, aveva trovato in un uomo di quasi quarant’anni più giovane, ciò che la vita le aveva negato in tanti amori precedenti. Una vita tormentata e piena dalla quale mai fuggì e mai si sottrasse, accettandone tutti gli aspetti e trasformandoli in poesia. Lui, nel pieno della giovinezza, aveva visto in lei tutte le stagioni di una donna, e se n’era perdutamente innamorato. Al momento del loro incontro, avvenuto nel Gennaio del 1936, Sibilla viveva in uno stato d’animo inquieto, plasmato da innumerevoli fallimenti e sofferenze: da poco tempo varcata la soglia dei sessant’anni, sentiva forte il rimorso per l’abbandono del figlio Walter, Salvatore Quasimodo – con il quale aveva avuto una storia di alcuni mesi – l’aveva appena abbandonata, e, silenziosa, si apprestava a vivere una piccola convalescenza a seguito di una malattia. Poi una lettera timida e affettuosa da parte di un giovane aspirante poeta originario di Fermo, in Abruzzo, si trasformò presto in una nuova travolgente passione. Una passione intensa, affettuosa, tormentata, che si rivelerà anche, l’ultima cocente illusione destinata a coronare una vita di sofferenze e di “grandi amori” sempre delusi.

Ma chi è questa donna, dimenticata e tormentata, il cui esempio, però, avrebbe ancora tanto da insegnare a molte donne di oggi?

Sibilla Aleramo era lo pseudonimo che Rina Faccio, nata ad Alessandria nel 1876, scelse quando decise di liberarsi dal castigo che la vita le aveva inflitto, lasciandola inerme e smarrita per troppo tempo, e cambiare vita.
A sedici anni fu violentata da un operario della vetreria diretta dal padre a Porto Civitanova Marche, dove anche lei lavorava. Costretta dalla famiglia ad un “matrimonio riparatore”, fu condannata ad una convivenza squallida e ad una vita intrisa di sofferenze che cercò di compensare rifugiandosi nella lettura e nella scrittura. Con la nascita del primo figlio Walter si convinse di aver trovato un rimedio allo squallore della propria esistenza, ma fu una breve illusione. Tentò il suicidio, per poi rifugiarsi nell’impegno umanitario e nella nascente causa femminista, con una serie di articoli che le furono pubblicati a partire dal 1897 su alcuni giornali, tra cui la “Gazzetta Letteraria” e “Vita Moderna” . Le battaglie per l’emancipazione femminile erano condivise con Aurelio Saffi e la moglie Giorgina Craufurd, con i quali intrecciò una florida corrispondenza. Ma il suo impegno femminista non si limitò alla scrittura, concretizzandosi nel tentativo di costituire sezioni del movimento delle donne e nella partecipazione a manifestazioni per il diritto di voto e la lotta contro la prostituzione.
A Milano, dove si trasferì nel 1899 per seguire il lavoro del marito, le fu affidata la direzione del settimanale socialista “L’Italia femminile” fondato da Emilia Mariani, nel quale tenne in particolare una rubrica di discussione con le lettrici e ricercò la collaborazione di intellettuali progressisti quali Giovanni Cena, Paolo Mantegazza, Maria Montessori, Ada Negri, Matilde Serao. Dal 1901 al 1905 collaborò con la rivista “Unione femminile”, ma in seguito a dissensi con l’editore e a sopraggiunti impegni familiari, dovette trasferirsi nuovamente nelle Marche. Ma nel Febbraio del 1902, dopo un altro crollo emotivo dovuto ai continui soprusi dell’ambiente domestico, lasciò per sempre il marito e il figlio per trasferirsi a Roma e cominciare una nuova vita. Stanca di dover subire violenze e accettare passivamente una condizione che le era stata imposta da una vita ingiusta, decise di dover essere lei a scegliere per se stessa. A Roma si legò al direttore della rivista “Nuova Antologia” Giovanni Cena, il quale la sollecitò a scrivere “Una donna”. Edito nel 1906, il romanzo racconta le vicende della sua stessa vita, dall’infanzia fino alla sofferta decisione di lasciare il marito e soprattutto il figlio, in nome dell’affermazione di una vita libera e consapevole e contro la costrizione e l’umiliazione dell’esistenza che un’ipocrita ideologia del sacrificio intende imporre alle donne. Fu in questa occasione che scelse il suo pseudonimo, che diventò anche il suo nome nella vita. Il libro ottenne subito un grande successo e fu presto tradotto in quasi tutti i paesi europei e negli Stati Uniti.

Libera, non si piegò mai ai pregiudizi, neanche quando fu definita, nell’ambiente intellettuale, “lavatoio sessuale della cultura italiana”.

Le numerose critiche mossele da intellettuali e giornalisti erano dovute al suo stile di vita libero e anticonformista  che la portò a vivere  numerose relazioni. Tra i più celebri intellettuali del tempo, Sibilla strinse relazioni amorose con Giovanni Papini, Umberto Boccioni, Dino Campana e il già citato Quasimodo. A queste si aggiungono anche alcune relazioni omosessuali tra cui, la più nota, è quella con Lina Poletti.

Salvatore Quasimodo, premio nobel per la letteratura, con il quale Sibilla ebbe una relazione d’amore.

Ma la movimentata vita sentimentale non la distolse dalla collaborazione a varie riviste grazie alle quali è ricordata ancora oggi come la bandiera del femminismo nascente.  L’incontro con Franco fu vissuto come l’incontro con il “grande amore”. All’inizio tutto le apparve come l’ennesimo omaggio di un giovane alla sua musa inquieta, ma in breve, però, quel ragazzo triste e pessimista, gli entrò in quel “vecchio cuore ancor non pago di sconfitte”. L’amore per Franco era così intenso da non lasciare spazio per nient’altro, neanche per l’amata letteratura.

Matacotta
Franco Matacotta, amante di Sibilla Aleramo per circa 10 anni.

Dovunque si trovasse, la coppia, incurante della notevole differenza d’età, viveva in uno stato di esaltazione, alternando passeggiate romantiche ad intense ore di scrittura. Le isole greche, Roma, Capri, molti sono i luoghi in cui i due amanti concretizzano il loro amore.

Ad affievolire l’idillio arrivò per Franco la chiamata alle armi.

“Franco dovrà presentarsi soldato ai primi di gennaio…Abbiamo il cuore stretto. Parliamo poco. Come un gurgito di rinnovata tenerezza ci stringe l’uno all’altro…il tempo non potrebbe essere peggiore: bufere di vento, nevischio, lampi”

A queste parole, annotate nel suo diario, Sibilla affidava la sua angoscia per l’imminente separazione. Tentò a lungo di sottrarlo alla chiamata, e poi, una volta destinato in Sardegna, a farlo tornare a Roma. Ma fu tutto inutile e, col cuore in pezzi, fu costretta ad accompagnarlo a Civitavecchia per imbarcarsi.

Ma non passarono che poche settimane quando Sibilla si precipitò a raggiungerlo, spinta da un’insopprimibile desiderio.

S’imbarcò allora su un traballante idrovolante e coraggiosamente lo inseguì tra Cagliari e Sassari, prima di raggiungerlo, due giorni dopo, alla Scala di Ferro, dove poté ancora una volta stringerlo tra le braccia.
Cominciava, da quel momento, la sua “odissea sarda”, come lei stessa la definì nel suo diario, caratterizzata da lunghi e scomodi viaggi in treno, interminabili attese, ore passate tra alberghi senza mai riuscire a passeggiare nei luoghi nei quali alloggiava. A Cagliari Sibilla attendeva impaziente il ritorno di Franco, e quando era sola trascorreva il suo tempo in albergo a scrivere o vagare tra le librerie del centro.
Della Sardegna conservò un’idea positiva, anche se riuscì a vederne ben poco e conoscere poche persone, impegnata a seguire Franco nelle varie destinazioni.

“Cara isola di Sardegna, anche se così poco ho potuto vederne”, scrive sul suo diario il 24 agosto. 

Sibilla però sentiva che Franco era sempre più assente. E da Cagliari annotava questi sentimenti nel suo diario, concretizzando l’imminente fine del rapporto con Franco. Nonostante l’empito della passione, Sibilla cominciava a intuire quanto complesso fosse il sentimento che nutriva per Franco, e quanto questo somigliasse alla sua tragica maternità. Con dolore scriveva, infatti, sul diario, diventato ormai lo specchio fedele della sua disperante passione:

“Come un mistero sacro questo fanciullo non generato dalle mie viscere mi ha fatto madre del suo spirito. Io che il figlio da me partorito non potei allevare se non da bambino, mi son trovata nel mio tramonto di fronte a questa seconda e più profonda missione”.    

La guerra, con le sue immani tragedie, avrebbe alimentato una corrispondenza fitta e numerose pagine dolorose del diario. Franco le scriverà, alla fine del conflitto, una lettera d’addio, ricordandole con cinismo:

“Della nostra lunga storia si salvano soltanto due stagioni, una mia, una tua. La mia quando tornai tra la mia gente, che combatteva contro i tedeschi per sopravvivere e mi unii a loro. La tua, quando nell’inverno di Roma occupata, sei rimasta senza di me, dotata solo della tua forza e della tua sofferenza, che era la forza e la sofferenza di migliaia di altre donne intorno a te, le donne e le madri che si angustiavano per i due chilogrammi di pane da dare ai loro figli”.

Si era spenta anche l’ultima illusione, ma Sibilla continuerà a covare nel cuore quell’amore impossibile che le farà scrivere ancora nel 1954: «Mi sento atterrita dinanzi alla grandezza di quella mia ultima, per fortuna, illusione d’amore». Sibilla sopravvisse fino ad ottantaquattro anni, spegnendosi nel 1960. Nonostante l’ultima atroce disillusione, rimase fino alla fine fedele alla sua indomabile utopia di credere nell’amore e nella poesia alla quale chiedeva che le fossero restituiti i suoi tanti, infelici amori scrivendo:

“L’amore fu la ragione della mia esistenza, e quella del mondo”.

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Riferimenti Bibliografici

  • Zancan, C. Pipitone, L’Archivio Sibilla Aleramo

  • M. Angelone, La letteratura femminile e il “femminile” in letteratura nella tradizione inglese: appunti di Sibilla Aleramo

  • S. Aleramo, Dal mio diari

  • S. Aleramo, Un amore insolito

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