Uomo del popolo o traditore della patria? L’omicidio di Gerolamo Pitzolo a Cagliari

All’indomani dei moti popolari del 28 Aprile 1794 che portarono gli abitanti di Cagliari ad insorgere contro il governo piemontese, costringendo il viceré Vincenzo Balbiano e i funzionari della corte sabauda a ritornare in Piemonte, il governo della città fu assunto temporaneamente dalla Reale Udienza, il tribunale supremo del Regno di Sardegna, in accordo con gli “Stamenti”, i tre bracci del parlamento.

La rivolta, passata alla storia come “Sa die de sa Sardigna”– il giorno della Sardegna – scaturiva da un profondo senso di sfiducia e di insoddisfazione derivato dal rifiuto da parte del governo piemontese di acconsentire a soddisfare alcune richieste mosse dai sardi, i quali rivendicavano, sostanzialmente, maggior peso politico e decisionale nella gestione del governo.

La rivolta del 28 Aprile 1784

Questa frustrazione si era acutizzata ancora di più quando, dopo lo alcuni ripetuti tentativi di incursione francese nell’isola nel 1793, i miliziani sardi erano intervenuti per organizzare autonomamente una difesa, anche in relazione al sostanziale immobilismo dell’amministrazione sabauda.

Forti della fiducia del re dopo questa eroica resistenza a fianco del governo, gli intellettuali del tempo, tra cui Gerolamo Pitzolo, Giovanno Maria Angioy, Vincenzo Sulis ed altri, si unirono nel fronte comune di preparare un programma dettagliato contenente proposte e richieste da presentare al re, costituendo una apposita delegazione da inviare a Torino. In questa situazione di reggenza temporanea emersero due schieramenti: i “novatori” e i “moderati”. I primi, capeggiati da Giovanni Maria Angioy, intendevano approfittare della situazione per ottenere un’emancipazione definitiva dal Piemonte, i secondi desideravano semplicemente l’accettazione delle richieste e il sostanziale mantenimento dello “status quo”.

Dopo varie riflessioni, fu incaricato di presiedere questa delegazione Gerolamo Pitzolo, artefice dei principali sentimenti insurrezionali e considerato un eroe della resistenza contro i francesi.

Ma a Torino accadde qualcosa di inaspettato, che fece precipitare la situazione. Il re non aveva acconsentito a ricevere la delegazione e aveva quindi rifiutato a priori le richieste che Pitzolo era stato incaricato di presentare. Fu questo fatto a gettare la popolazione nel caos e portare alla rivolta del 28 Aprile del 1794.

Cagliari dopo la rivolta

Al suo ritorno da Torino, il Pitzolo sembrava stranamente cambiato. Dopo aver biasimato la rivolta popolare e rinnegato i sentimenti insurrezionali che egli stesso aveva fomentato, egli si accingeva ad assumere una posizione sempre più conservatrici, criticando aspramente la fazione dei “reazionari”.

La situazione rimase incerta ed instabile fino alla nomina del nuovo vicerè di Sardegna, Filippo Vivalda, nel Settembre 1794. Per arginare ulteriori moti insurrezionali e placare le ire della popolazione, questi nominò il Pitzolo Intendente Generale degli affari di Sardegna, Gavino Cocco reggente della Reale Cancelleria, Antioco Santuccio governatore di Sassari e Gavino Paliaccio, marchese della Planargia, capo dell’esercito. Queste nomine insospettirono non solo i membri dell’ala rivoluzionaria – capeggiata da Giovanni Maria Angioy – ma soprattutto la popolazione, che si sentiva tradita e disillusa.

Cosa era successo davvero a Torino?

Forse Pitzolo aveva rinunciato al bene del popolo in nome del prestigio personale? Il re lo aveva forse corrotto, promettendogli privilegi in cambio del soffocamento di future rivolte?

Quel che emerse per certo fu l’impostazione repressiva instaurata sia dal Pitzolo che dal Paliaccio nell’esercizio del loro ruolo. I quartieri Marina e Stampace furono presidiati costantemente da un contingente armato, pronto ad intervenire per reprimere eventuali rivolte, e nel quartiere Castello molti nobili avevano cominciato a richiamare dalle campagne i propri vassalli, in modo da avere una “scorta”. Anche Paliaccio e Pitzolo, temendo per la loro incolumità, si erano dotati di un piccolo esercito di guardie pronte ad intervenire in loro difesa.

Ma la popolazione, stanca di continuare a subire soprusi, insorse nuovamente, e stavolta in maniera ancora più brutale. Un gruppo consistente di miliziani tese un agguato a Pitzolo e lo trascinò lungo via Duomo fino al Palazzo Viceregio, con l’intento di richiedere al vicerè Vivalda la sua incarcerazione. Certo dell’appoggio del governo piemontese, il Pitzolo non oppose particolare resistenza. Il Vivalda, tuttavia, per evitare la ribellione popolare, se ne lavò le mani e consegnò il Pitzolo al volere della folla dicendo “Il popolo l’ha catturato, il popolo disponga di lui come meglio crede”. A questo punto mentre le guardie lo conducevano nelle vicine carceri di San Pancrazio, il 6 luglio 1795 Girolamo Pitzolo fu aggredito e barbaramente ucciso a coltellate da tre individui: Dais, De Lorenzo e Busu. Il suo corpo straziato fu poi spogliato e lasciato alle ire della folla, che inveì per poi abbandonarlo al cospetto della torre di San Pancrazio. La stessa sorte toccò più tardi a Gavino Paliaccio.

Da questa vicenda deriva una tra le tante leggende cagliaritane che riguarda il “fantasma” del Dais che parrebbe infestare la Grotta dei Colombi, un’insenatura naturale situata sotto le pendici del Colle di Sant’Elia, nella zona di Cala Fighera, che deve il suo nome al fatto che al suo interno nidificano i colombi.

Cosa accadde al Dais?

Ritenuto uno tra i principali agitatori della rivolta popolare che portò all’uccisione del Pitzolo, questi fu raggiunto da alcuni sicari nella Grotta dei Colombi, dove era solito recarsi per cacciare, e costretto a subire una morte orribile.

Pestato a sangue dai suoi assalitori, fu legato ad uno scoglio e abbandonato moribondo a pochi passi dall’ingresso della grotta, dove morì annegato a causa dell’alta marea.


Riferimenti Bibliografici

  • L. Carta, La sarda rivoluzione
  • R. Carta Raspi, Storia della Sardegna
  • G. Manno, Storia di Sardegna

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